09/11/2002 - Pensarsi Europa domani: le immagini di un'identità, le modulazioni di un nuovo linguaggio
Autore: Dott. Matthias Türk  -  Sede: catania

dal convegno: "Pensarsi Europa domani: le immagini di un'identità,
le modulazioni di un nuovo linguaggio"

La situazione attuale è caratterizzata, a livello mondiale, dal risveglio nei popoli di una nuova consapevolezza di sé e dal desiderio di autonomia all’interno dei propri confini naturali. I popoli hanno ormai superato i grandi blocchi ed i grandi sistemi artificiali in cui erano stati più o meno costretti ad integrarsi e ricercano un contesto più dinamico, dal formato più piccolo, in cui i confini siano definiti soltanto da un sentimento di appartenenza.

Il motivo di tale sviluppo risiede nel fatto che adesso non è più soltanto l’individuo a rivendicare la propria autonomia, ma anche la comunità vitale. Fino ad ora, forza creatrice e volontà di autodefinirsi sono state riconosciute soltanto all’individuo. Al contrario, le comunità sono state a lungo considerate come il risultato dell’azione comune di individui autonomi, come entità prive di un proprio centro propulsore di attività e dunque prive di una propria volontà di autodeterminazione, o perlomeno di una volontà in grado di imporsi liberamente di fronte alle intenzioni ed alle decisioni dei singoli individui.

È soprattutto nel concetto occidentale di democrazia che si riscontra questa diversità di valutazione, secondo la quale vengono attribuiti diritti primari e originari all’individuo, mentre alla società spettano soltanto diritti secondari e limitati. Pertanto la vita della società (democraticamente) è organizzata in base a procedure di voto, cioè in base a processi decisionali che partono fondamentalmente dall’individuo, e più esattamente dalla maggioranza degli individui. Tutti gli individui hanno pari diritti. Per questo, le necessarie decisioni politiche possono essere prese soltanto tenendo conto della maggioranza, sempre a patto che si trovino compromessi ritenuti positivi da entrambe le parti, ovvero dalla maggioranza e dalla minoranza. In ogni caso, le decisioni politiche risultano dalla somma delle decisioni dei singoli.

Ora però accade un fatto alquanto straordinario. Da alcuni decenni le comunità hanno iniziato a concepire se stesse come unità vitali che tendono verso modalità di sviluppo aventi il carattere di una forma di vita complessiva. Cito come esempio i paesi baltici, che non hanno più accettato di essere parte di un grande impero russo, ma hanno preferito dar vita a stati indipendenti, ritornando ai vecchi confini della Lituania, dell’Estonia e della Lettonia, ed hanno voluto restituire al popolo la sua unità politica, ma anche linguistica e culturale. Eppure, facendo ciò, essi non solo sono divenuti più piccoli, ma anche più deboli. Tale esempio è stato seguito anche da altri popoli d’Europa, e soprattutto da quelli che appartenevano all’ex blocco del est e che erano stati inseriti in un sistema con la forza: i ceceni e gli slovacchi, i croati, gli sloveni, i serbi in senso stretto, ecc. Ma anche i siciliani, i sardi, i sudtirolesi in Italia, i bavaresi, gli svevi e i sassoni in Germania, gli scozzesi e i gallesi in Gran Bretagna, come pure i baschi in Spagna ed altri ancora dovrebbero essere citati in questo contesto. Il passaggio da un sistema politico rigido ad una struttura più dinamica, in cui ogni singola comunità di popoli possa ritrovarsi, è diventato ormai fondamentale per l’Europa del futuro. Ma non dovremo commettere l’errore di voler sostituire ai vecchi blocchi un nuovo sistema europeo politico ed economico altrettanto rigido. Allora chiediamoci: in cosa consiste l’ “essere” delle singole comunità ed il loro dinamismo interno che preme sempre più verso l’esterno? Che cosa significa tutto ciò per una nuova Europa?


Il pensiero europeo dell' "essere" ed il suo declino

L’Europa è profondamente marcata dai concetti di “essere” e di “ragione”. Il concetto di “essere” risale addirittura all’epoca preistorica della cultura megalitica. Ancora oggi abbiamo la testimonianza impressionante dei menhir, dei dolmen, delle tombe megalitiche, del tempio di Stonehenge in Inghilterra. Si tratta di monumenti che hanno svolto un ruolo importante, anzi sicuramente il ruolo più importante per quei popoli che circa 20 000 anni fa vivevano nella fascia settentrionale ed occidentale del Mediterraneo. Questi giganteschi blocchi di pietra vennero trasportati per grandi distanze ed eretti con grandi sforzi senza l’aiuto di mezzi appropriati. L’esperienza legata a tale impresa denota concetti quali immutabilità, stabilità, eternità, diritto, valore. Tutto ciò esprimeva dunque l’ “essere”. Connessa a questa metafisica della pietra e dell’immutabilità era anche l’esperienza fondamentale della morte. Le pietre enormi fungevano quindi da “casa dei morti”. In seguito, esse vennero erroneamente chiamate “tombe dei giganti”, erroneamente perché, all’epoca, l’uomo era piuttosto piccolo e gracile. Pertanto, egli poté realizzare tali opere straordinarie soltanto come comunità dotata di un’organizzazione estremamente ordinata. L’epoca della pietra vede nascere lo stato e la legge. È lì che va rintracciata l’origine della stretta relazione tra stato, diritto, dominio, immutabilità, attitudine alle armi e difesa.

Il concetto di ragione nasce invece in Grecia. Secondo tale concetto, l’Uno che domina su tutto, che sta al di sopra degli dei e che, in realtà, è l’unico “essere”, non è soltanto “ricordato” dagli uomini (Heidegger), ma è anche presente in ogni uomo in modo indivisibile e completo. È la ragione dentro l’uomo, dunque è l’essere vivente, il logon echon. Il logos domina su tutto, ma si trova anche all’interno degli uomini. Lì domina come ragione. In nessun’altra cultura è stata ascritta all’uomo una simile dignità. Ma, all’inizio, la cultura occidentale non è stata influenzata tanto da ciò, quanto dal concetto di “essere”. Cosa dice tale concetto?

Essere, einai, esse è la parola fondamentale dell’occidente. Essa contiene tre significati principali, che si esprimono linguisticamente in modo molto diverso.
1. “Es”, in sanscrito “asus”, significa originariamente vita, o, per usare le parole di Heidegger, “ciò che di per sé è, procede e sta: ciò che è indipendente”. Questo significato è contenuto in greco nella parola “estin”, in latino “est”, in tedesco “ist”, in italiano “è”.
2. Troviamo un secondo significato nella radice sanscrita “bhu”, “bheu”, in greco “phyo”, in tedesco “bin” e “bis”, in inglese “to be”. Questo indica l’idea del nascere, sbocciare, uscir fuori.
3. Un terzo significato dell’ “essere” va rintracciato nel “wes”, il germanico “wesan” e “wohnen”. Questa radice è ancora contenuta nella parola tedesca “gewesen” (in italiano: stato, come verbo) ed ha in sé il significato di “trattenersi”, “rimanere”, “dimorare”.

Possiamo dire pertanto che l’ “essere” nelle tre accezioni del vivere, nascere e rimanere esprime una certa visione delle cose, indica una presenza aperta nella totalità degli esseri, una presenza che schiude all’uomo una realtà vitale e dinamica, permettendo all’uomo di accedere a questa realtà e rimanere in essa. L’essere, nella sua totalità, esprime una vita nell’apertura e nella trasparenza, che rende possibile e reale la nascita e la presenza delle cose. Il vivere, il nascere ed il rimanere consentono all’uomo di partecipare al movimento generale della realtà. Anche questo è vivere, nascere, rimanere. L’uomo e l’essere sono così legati l’uno all’altro e tra loro avviene anche il nesso tra verità e realtà.

Tuttavia, questo senso fondamentale pian piano si è perso nel corso della storia dell’occidente. Soprattutto è svanito il senso del cammino che l’uomo compie in armonia ed in compartecipazione con la natura. Al posto della percezione di eventi dinamici ed in continuo cambiamento, subentra una nuova impressione dominante basata su un’esperienza fondamentale dell’essere che introduce un significato unico privo di sfaccettature, che indica dimensioni come fermezza, consistenza, stabilità, ed un comportamento umano che implica constatazione, collocazione, sicurezza, immutabilità.

Così, si perde proprio ciò che è decisivo e fondamentale ed il “vitale rimanere” si trasforma in un arido “essere a disposizione”. L'uomo si orienta verso ciò che può afferrare, verso ciò che ha a portata di mano, passando dal generale allo specifico e portando la constatazione ad una certa cristallizzazione. Il pensiero che si limita alla constatazione non attinge nulla dal vivere, dall’esistere, dal rimanere, ma resta circoscritto a ciò che è semplice persistere. Assume l’essere esternamente come invariabilità, e lo perde interiormente come vita.

È così che si ha il “semplice essere”, l’ “arido essere”, l’essere privo di ogni significato. Questo essere non riassume più la realtà nella sua ricchezza, pienezza e vitalità, ma acquista specificità, indicando ciò che è a disposizione di un singolo individuo. Ecco che si giunge così al concetto di tecnica, di manipolazione delle cose, di un fare a proprio piacimento. L’esperienza fondamentale della moltiplicazione, che era presente e vitale nel crescere e nel dimorare/rimanere, è ancora valida naturalmente, ma si trasforma adesso in un accrescimento e in un progresso della tecnica. Sapere è “sapere di più” e “sapere sempre di più”. La tecnica è “potere” e “potere sempre di più”. Tutto ciò che rivendica un valore in questo mondo deve essere frutto di accrescimento. Lo stipendio deve essere più stipendio, il tempo libero deve essere più tempo libero, il progresso più progresso. In tale dinamica, che domina tutto il mondo contemporaneo, è rintracciabile storicamente un ultimo rimasuglio ed una compensazione insufficiente di quella vitalità che era stata sperimentata originariamente nell’ essere stesso ed in un dimorare dinamico dell’uomo nella trasparenza di una realtà piena di forza.

Niente contraddistingue l’Europa più della perdita di senso dell’ essere, che, al contempo, è una perdita di Dio da parte del mondo ed una perdita del senso della realtà nella vita. Ciò comporta comunque un incredibile guadagno, ovvero il guadagno di un accesso illimitato all’essere, di una capacità di manipolare a piacere il reale, di un accrescimento continuo del misurabile. Questo mondo si auto-certifica da solo, attraverso l'esperienza della sua continua espansione, che in apparenza sembra essere una giustificazione, ma in realtà è solo l'auto-conferma di un errore di fondo.

Che si tratti di un errore, è palese da molto tempo. Ci sono ormai moltissimi critici che hanno indicato e marcato in rosso, chi con maggiore, chi con minore chiarezza, l'errore di fondo della cultura europea. La voce e la vita di artisti, di filosofi, di statisti, ma anche quella dell'uomo comune, come pure il disinteresse dei giovani di fronte ai rigidi sistemi della socitetà nelle loro forme diverse fanno parte di una protesta generale; questo fatto si esprime anche contro la "political correctness". Uno dei compiti principali del nostro tempo è vincere il pericolo che il pensiero europeo dell'essere rappresenta per se stesso. Ciò è tanto più importante quanto il pensiero europeo, prigioniero del suo errore, tenta di dominare il mondo intero ed è considerato ovunque l'obiettivo ufficiale dei paesi in via di sviluppo.

Epoche ed eoni

La storia costruisce sempre alte strutture stazionarie. Queste hanno il loro fondamento nelle strutture più basse, così come le somiglianze nazionali si basano sulle somiglianze dei principi sociali.

Le culture non hanno il proprio fondamento nelle circostanze storiche, ma nella coscienza di un'epoca, che determina le forme fondamentali della vita e della conoscenza. Un esempio di ciò è la razionalità basata sul binomio obiettivo-mezzo, che si sviluppò in occidente nel XVI e XVII secolo e che fornisce lo schema di base secondo cui ancora oggi noi lavoriamo e giudichiamo a livello di coscienza pubblica e generale. Per pervenire a scopi precisi occorrono mezzi precisi e chi esamina razionalmente il contesto è in grado di realizzare i suoi obiettivi. Dove vi sono gli obiettivi ma non i mezzi, ogni sforzo è vano. Dove vi sono i mezzi ma non vengono definiti gli obiettivi, non si può far nulla. Obiettivi e mezzi devono essere entrambi riconosciuti e situati nel giusto ordine, nell'ordine razionale; se ciò avviene, molto può essere raggiunto. Fin qua tutto bene. Ma da dove vengono gli obiettivi? Questa è la domanda senza risposta del razionalismo. Certo, gli obiettivi formano poi una gerarchia interna, che ha una sua razionalità, ma tale razionalità si arena, trova il suo limite quando si tratta degli "obiettivi più alti" e sfocia in un irrazionalismo non confessato. A questo limite si blocca attualmente la coscienza europea nella sua forma pubblica e generale. È il singolo in quanto individuo che, in qualche modo, deve definire quelli che sono gli obiettivi più alti.

Ma forse tutta la razionalità del sistema obiettivo-mezzo è fallace. Forse la natura è più di un semplice mezzo per raggiungere gli scopi che ci siamo preposti a piacere. Forse ci sono obiettivi che non possono assolutamente essere realizzati attraverso dei mezzi, e forse vi sono mezzi che non sono a disposizione per il conseguimento di alcuni obiettivi. Allora tutto il sistema razionale obiettivo-mezzo non funziona più. E questo è proprio ciò che penso. Anche la coscienza europea si è fermata attualmente a tale conclusione.

Ciò significa che la coscienza europea deve fare l'esperienza della propria limitatezza. In base a tale esperienza, possiamo sperare che essa si apra ad altre culture e ad altre coscienze. Forse ci sono forme di ragione che non sono organizzate sulla base della razionalità, né della razionalità dell'obiettivo-mezzo, né di nessun altro tipo di razionalità. Queste altre forme della ragione non sono né quelle che hanno un obiettivo preciso, né quelle che non hanno nessun obiettivo preciso. Non portano qualcosa, ma non è vero che non portano niente. "Portare qualcosa" è una forma della razionalità basata sul binomio obiettivo-mezzo, e questa non ha più un valore universale. Ad esempio, non si può descrivere una coscienza meditativa né con il termine di "ragione", né con il termine di "non-ragione", cioè né come razionale, né come irrazionale. Ma non c'è soltanto la coscienza meditativa delle culture asiatiche, c'è anche la coscienza islamica (cioè "della sottomissione") della cultura araba, in cui il termine "sottomissione" non ha assolutamente lo stesso significato che nella coscienza occidentale. Allora quale significato ha? Non lo si può capire dall'esterno, ma solo se si fa dall'interno l'esperienza fondamentale di questa cultura islamica. Si tratta di una "ragione" del tutto diversa, che non può essere compresa e classificata in nessuna delle categorie che noi conosciamo, categorie definite in base alla ragione europea, al "logos" dei greci. Forse il nostro problema oggi è che siamo impotenti di fronte alle forme assunte dalla coscienza islamica, chiusa nel suo isolamento davanti all'occidente.

Esistono dunque mondi culturali diversi, che non possono essere paragonati gli uni agli altri: gli uni non possono essere sperimentati profondamente utilizzando le categorie o gli strumenti conoscitivi degli altri. Tutto ciò è chiaro. Ecco perché occorre pervenire ad una coscienza interculturale, una coscienza a mio parere assolutamente necessaria.

Ma c'è anche un altro fatto alquanto interessante. Questi confini assoluti che non possono essere valicati da niente, né tramite concetti dell'intelletto, né tramite compartecipazione della sensibilità, non esistono solo tra culture diverse, ma separano anche alcuni grandi passi della storia dell'umanità. Allora non parliamo più di differenze di epoche, ma di età, di eoni. Gli eoni non possono essere paragonati gli uni agli altri, né compresi gli uni tramite gli altri. Sono diversi tra loro come un mondo da un altro mondo. Dunque non vi è soltanto una differenza geografica, ma anche una differenza di eoni tra due mondi culturali. Così, l'insieme di antichità, medioevo ed età moderna costituisce un unico eone europeo (dal greco "aion"), che è separato da un fossato dalle epoche pre-europee (ad esempio la cultura cretese e dell'antico Egitto, o le culture dell'età della pietra in Nordafrica o nella Francia del nord) ed è diviso da un altro fossato dalle varie forme della coscienza extra-europea (ad esempio il pensiero asiatico).

Non si tratta pertanto di giungere ad una "nuova coscienza", ma alla coscienza della storicità di tutte le coscienze. Ciò significa liberare le forze creatrici dello spirito umano, affinché esso non operi più nel Nulla a piacimento, ma tenti innanzitutto di comprendere tutte le forme di coscienza nelle loro dimensioni fondamentali di epoca e cultura. Così facendo, potrà non solo guadagnare un accesso creativo a tutti i mondi culturali, ma potrà anche acquisire i principi determinanti per forgiare una coscienza veramente umana, cioè una coscienza creativa e liberatoria per l'uomo.

A questo si riferisce la legge fondamentale secondo cui ogni struttura di vita e di coscienza deve essere formata in modo da inserirsi in strutture più alte ed in modo da sostenere e rafforzare positivamente le strutture vicine. Essa non trae la sua universalità da se stessa, come si è sempre creduto fino ad oggi, ma la acquisisce dal suo rapporto con le culture vicine, tramite le quali deve aprirsi, rimettersi in discussione e lasciarsi esaminare. Ciò non conduce mai ad una forma definitiva di coscienza, ma porta ad una fondamentale apertura di struttura nel contatto con le altre strutture. Questa apertura, che costituisce il criterio più alto, non può essere naturalmente acquisita una volta per tutte, ma deve essere realizzata di continuo nell'incontro e nel confronto concreto con altre strutture e culture. Nessun principio universale, nessun "illuminismo" astratto agisce su questa storia di rapporti concreti. Gli uomini devono sempre avere a che fare con altri uomini. Le culture con altre culture. Essi devono conoscersi e prendersi sul serio. E ciò non deve accadere in nome di una tolleranza formale o di una semplice reciprocità di principio, ma concretamente, tramite una continua verifica e contro-verifica delle proprie qualità umane.

In questa forma, l'esperienza di ciò che è diverso diventa un'esperienza positiva, che non nega, né assimila l'altro, ma lo prende sul serio, lo capisce e gli è riconoscente, nella consapevolezza dei propri limiti/confini. L'altro non viene estraniato, isolato, messo da parte o distanziato, ma viene considerato come criterio e pietra di paragone per la propria cultura. In tal modo, i diversi mondi culturali crescono gli uni con gli altri. Non si tratta allora di costruire semplicemente una casa europea accanto ad una casa asiatica, araba, africana, indiana, ecc.. È necessario piuttosto edificare queste case sul comune terreno di una vera umanità ed aprire le loro porte le une verso le altre.

Nella situazione attuale è già molto difficile che i popoli slavi accettino di costruire insieme una casa slava… Quanto più difficile sarà far in modo che slavi, arabi, europei, e forse persino americani gettino le fondamenta della loro casa in un terreno comune! Certo, non è facile, ma un giorno questo sarà realizzabile, poiché è il chiaro obiettivo della storia e non è possibile che gli uomini non se ne rendano conto. Per il conseguimento di tale scopo, la comunità europea può apportare un contributo decisivo se si lascia alle spalle il suo pensiero funzionale/ strumentale basato sulla razionalità di obiettivo-mezzo e riunisce i popoli, che intendono nuovamente se stessi come comunità e non più come semplici somme di individui, in un dialogo capace di arricchire ognuno dal punto di vista umano grazie all'incontro con l'altro.

Nel processo attuale di unificazione europea, si tratta di trovare una nuova interpretazione del concetto di comunità dei popoli del vecchio continente, un'interpretazione ricca e complessa, che si estenda e si esprima nei documenti e nei monumenti europei, nei testi di legge e negli accordi economici, un'interpretazione che non serva in nessun modo interessi soggettivi, personali ed individuali, ma che giovi all'interesse della cosa in sé, di una Casa Europa sul terreno comune dell'umanità, in una prospettiva globale. L'Europa deve divenire innanzitutto un dialogo. E questo dialogo deve essere molto più di un dialogo sulla costruzione di strade e sulle procedure doganali nei confronti di altri continenti. Esso può da solo risvegliare l'entusiasmo che nasce dallo scambio con altre culture e con altri popoli. Quale tedesco, ad esempio, non sarebbe entusiasta di conoscere il dolce stile di vita e la piacevole solarità dell'Italia del sud? E, a sua volta, anche per un italiano sarebbe interessante sperimentare la perseveranza e la serietà del modo di vita tedesco, che può essere positivamente contagioso. L'Europa deve diventare soprattutto un dialogo, e tutti sono invitati! Una tale interpretazione ricercata nell'armonia, nel dialogo, nello scambio reciproco, non può essere superata da un'interpretazione "più giusta": ciò che conta è l'essere "più umana", "più ricca di frutti", "più portatrice di speranze e visioni per il futuro". Ciò che è proprio si apre a ciò che è altro, e ciò che è altro si apre a ciò che è proprio. Questo è quello che chiamiamo dialogo. Ed è quello che intende il poeta Hölderlin nella sua ode "Friedensfeier", quando parla di noi uomini dicendo: "Da quando siamo un dialogo, possiamo veramente sentirci gli uni gli altri". È così che possiamo conoscerci più profondamente, possiamo vivere in modo più autentico, comprendere meglio e paragonare singolarità e specificità, per essere infine più preparati nell'incontro e nel dialogo con le altre culture. Non si tratta dunque di cancellare il carattere proprio di ognuno, uniformando tutto nella cosiddetta "cultura McDonald's". Non si deve tendere a conformare, ma, al contrario, a capire e valorizzare la tipicità dell'altro. Solo quando le specificità vengono profondamente riconosciute, gli uomini possono avviare quel dialogo lieto e sereno in cui ogni cultura risveglia nell'altra la più alta umanità. Solo così sarà possibile mettere fine ai conflitti e alle guerre -siano essi di natura economica o politica- attraverso i quali i popoli fino ad ora hanno perseguito soltanto l'obiettivo dell'autonomia. Non si giungerà alla pace e ad una nuova Europa pacifica per mezzo di una cultura uniformata, ma grazie al dialogo tra le singole culture. Gli uomini del nostro continente, gli uomini in tutto il mondo sono già in cammino verso tale meta. Le comunità hanno un carattere tanto individuale quanto quello dei singoli individui. Sono altrettanto dinamiche e vitali, altrettanto in grado di evolversi e non possiedono meno, ma più forze creatrici. Adesso queste forze creatrici devono essere liberate e utilizzate nella formazione di una coscienza storica che possa imprimere un nuovo dinamismo all'umanità e trasformare lo scontro in dialogo. Soltanto quando le relazioni tra i popoli diventeranno un dialogo tra culture potrà instaurarsi quella pace che significa sia valorizzazione che appianamento.

E soltanto in questa fase, la fase di una genesi creatrice, l'uomo sarà veramente uomo e l'Europa veramente Europa. Attraverso il dialogo creativo, l'uomo sarà "uomo umano" e l'Europa sarà "continente umano", una comunità di uomini umani per un nuovo, umano mondo.

Dott. Matthias Türk, Roma





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