11/05/2002 - LUNGO I SENTIERI DEL PENTIMENTO E DEL PERDONO - I mea culpa per i politici e dei
Autore: Prof. S. Latora  -  Sede: catania

1- Una grande lezione e un esempio da imitare.

Chi non è rimasto profondamente commosso ascoltando la preghiera di perdono di Papa Wojtyla, il 12 marzo, durante la liturgia penitenziale nella basilica di S. Pietro; o il 26 marzo durante quel gesto significativo della preghiera deposta nel Muro del Pianto!
Tranne alcuni ipercritici, nei confronti dei quali non è difficile svelare come le loro critiche inconsistenti celavano un motivo di evasione, per non assumere il peso di fare altrettanto!
Quel " Mai più !", ripetuto cinque volte, per confessare i peccati dei cristiani lungo il corso dei secoli, non può facilmente cancellarsi dalla nostra memoria.
La " Giornata del perdono " viene poi ribadita da quel documento della Commissione teologica Internazionale: " Memoria e riconciliazione : La Chiesa e le colpe del passato", che dovremmo tutti leggere e meditare, cercando di essere degni del nome di cristiani; oltre tutto è un esempio concreto di revisionismo storico e, dal punto di vista religioso, di una purificazione della memoria.

2- Le sofferenze dei Fratelli Sturzo.

Nella vita di Don Luigi Sturzo c'è una data importante, che segna una improvvisa cesura nella sua attività, il 1924, quando il cardinale Gasparri, pur con forma diplomatica, facendo intervenire anche il fratello Vescovo, Mons. Mario Sturzo, come dimostrano le lettere a lui indirizzate, prima gli consigliò di dimettersi dal Partito Popolare Italiano, e poi gli impose di lasciare l'Italia, dove la sua presenza era poco gradita al Fascismo.
Comincia dal 25 ottobre del 1924 il lungo calvario dell'esilio di Don Luigi, motivato inizialmente come breve soggiorno all'estero per motivi di studio. Dovrà durare invece ventidue anni, durante i quali l'esule più che tacere, e come poteva !, levò alta la sua voce di protesta, seguendo il metodo che egli chiamò " atanasiano ", perché sull'esempio del grande vescovo di Alessandria, per cinque volte in esilio, occorreva " fuggire, nascondersi, peregrinare, ma contemporaneamente parlare alto, franco, sostenere i fedeli, difendere la verità, non vergognarsi delle proprie convinzioni, usando insieme l'opportunità che non è opportunismo, e l'audacia che non è temerarietà " ( Lettera di Sturzo al direttore dell'Unità cattolica, riportata da De Rosa in : Sturzo, UTET, Torino 1977, p. 294 ).
Il suo sacrificio è stato sempre in ubbidienza ai comandi della Santa Chiesa, scriveva infatti al cardinale Bourne, in una lettera del 15 giugno 1926: " Per desideri della Santa Sede, il 20 luglio 1923, lasciai il posto di segretario politico del partito … Pure per desideri della Santa Sede, il 19 maggio 1924 cessai di far parte della direzione del partito…Anche per desideri della Santa Sede, il 25 ottobre 1924, lasciai Roma e venni a Londra " ( in op. cit. p.257 ).
Le sofferenze dell'esule traspaiono da alcune commoventi lettere del fratello Mario, Vescovo di Piazza Armerina, ormai pubblicate nel fitto e numeroso Carteggio che intercorse fra i due fratelli.
Ma venne anche per il Vescovo il momento del calice amaro, che egli bevve fino all'ultima goccia conservando tutta la sua dignità e coerenza di uomo consacrato a Cristo e rimanendo anche lui ubbidiente alla sua Santa Chiesa. Egli accolse in pieno il Monitum pontificio e l'8 aprile 1931, in un solenne pontificale celebrato in cattedrale, rese pubblica dinanzi alla folla dei suoi fedeli, nella formula che gli era stata imposta, la ritrattazione e la sottomissione.
Il Professore Agostino Faggiotto, dell'Università di Padova, così scriveva in una lettera privata al Vescovo: " Il nobilissimo sacrificio a cui ha saputo votarsi, mi conferma nella ammirazione per la perfetta dedizione con cui ha perseguito la Verità. La Sua ritrattazione, ispirata da un senso di disciplina pari in altezza alla Sua augusta dignità, lungi dall'offuscare la Sua opera, la illustra così che nulla di quanto in essa rappresenta conquista del pensiero, a giustificazione ed interpretazione della fede, andrà perduto. Tanto esempio mi sta dinanzi e mi rischiara la via. Con affetto di figlio, con devozione di discepolo bacio all'Ecc: Vostra la mano, perché si levi a benedirmi. Firmato : Agostino Faggiotto " ( In S. LATORA, Mario e Luigi Sturzo. Per una rinascita culturale del Cattolicesimo, Edizioni Greco, Catania 1991, pp.116-117 ).
Il Vescovo Sturzo fu anche fine ed apprezzato poeta, e nella sua raccolta: Il mio canto ( Ed. Rogate, Roma 1980) sono significativi i versi de L'ultimo sacrificio: " S'è scritto in Ciel, tra i gemiti dicea,/ Che il ver che è ascoso nella mia mente/ …Perisca, ahimè, Signor, io ripetea,/…Ma s'egli è scritto in Ciel, l'alma consente / Al sacrificio… E in così dir fremea. / Voci partian dal cor profondo allora/ Cupe, ribelli, ma subitaneamente/ Voce sorgea che al sacrificio incuora/ M'asciugavo le lacrime brucianti/ E costringea la travagliata mente/A desiar solo il guiderdon dei santi".

3- Un sacerdote politico che chiede perdono.

Le parole di Luigi Sturzo, scritte per il testamento, sono come la ricapitolazione e il significato di tutta la sua vita, spesa per la gloria di Dio e della Chiesa.
" Chiedo perdono a tutti perché verso tutti avrò mancato non per perverso volere ( avendo amato tutti, amici e avversari, con l'amore cristiano di fratello), ma sia per le mancanze nell'adempimento dei miei doveri umani e sacerdotali, per la vivacità delle mie polemiche ( sempre dirette al bene ma umanamente difettose e manchevoli) assicurando a tutti che da parte mia non ho mai avuto risentimento per le offese ricevute e di aver perdonato quelli che mi hanno offeso o trattato male, disprezzato e insultato, assicurando loro di avere anche pregato per loro nella Santa Messa.
A coloro che mi hanno criticato per la mia attività politica, per il mio amore alla libertà, il mio attaccamento alla democrazia, debbo aggiungere che a questa vita di battaglie e di tribolazioni non venni di mia volontà né per desiderio di scopi terreni né di soddisfazioni umane; vi sono arrivato portato dagli eventi…Riconosco le difficoltà di mantenere intatta da umane passioni la vita sacerdotale e Dio sa quanto mi sono state amare le esperienze pratiche di 60 anni di tale vita; ma l'ho offerta a Dio e tutto ho indirizzato alla Sua gloria e in tutto ho cercato di adempiere al servizio della verità ".

4- Può trovarsi una ragione?

Che significato hanno questi fatti così paradossali? Sono forse da intendersi come provvidenziale dialettica fra profetismo ed istituzione? Istituzioni che si sclerotizzano e profeti più sensibili all'ascolto dello Spirito e che rinnovano la comunità con sempre nuove pentecosti?
Il teologo Don Giuseppe Ruggieri ha proposto una lettura di questa problematica in chiave storica ed escatologica, richiamando alcuni testi di Origene e di Sant' Agostino, in cui si sostiene che coloro che sopportano con pazienza l'ingiuria, pro ecclesiae pace ed evitano di introdurre nuovi scismi ed eresie insegnano agli uomini con quanto vero affetto e con quanta sincerità di amore si debba servire Dio ( In AA.VV., De Caritate Ecclesia, Ed. Messaggero, Padova 1988, pp. 143-176).
Ma tale spiegazione e conciliazione non credo che possa soddisfare né giustificare tanto dolore, specialmente quello degli innocenti o quello subito ingiustamente.
Le filosofie dell'Ottocento e alcune del Novecento hanno esaltato la potenza del negativo, come la molla della storia, ma non hanno fatto una necessaria distinzione. Il male non può essere mai costruttivo, lo affermava Pareyson sulla scorta di Dostoevskij e di un profondo sentire cristiano: " Il male è di per sé devastante e rovinoso; la sua potenza è grande, ma solo distruttiva. Non è la molla del progresso, ma il cammino della perdizione. L'esito positivo, invece, è proprio della sofferenza, l'unica forza superiore a quella immensa del male. La potenza del male è grande, ma la potenza del dolore è maggiore. Solo il dolore è più forte del male: l'unica speranza di debellare il male è affidata al dolore, che, per travagliosa e dilaniante che sia la sua opera, è l'energia nascosta del mondo, la sola capace di fronteggiare ogni tendenza distruttiva e di vincere gli effetti letali del male " ( L. PAREYSON, Filosofia della libertà, il Melangolo, Genova 1989, p. 32 ).
Anche questo filosofo cristiano ripropone una Escatologia: fra creazione e apocatastasi in vista di una riconciliazione : " Il peccato originale è stato una vera catastrofe, che ha attinto l'uomo (caduto), il mondo ( corrotto), la divinità ( fallimento della creazione, correre ai ripari), una vera tragedia cosmoteandrica, di cui è stato colpevole solo l'uomo, ma per cui tutti debbono soffrire: uomo, mondo, Dio" ( ID., Ontologia della libertà, Einaudi, Torino 1995, p. 324).
Nell'indagine escatologica Pareyson intende l'incarnazione del Cristo come restauratrice dell'ordine già dato e sconvolto e che ripristina la vera ed autentica libertà. Una finalità soteriologica abbraccia l'universo intero: tutto va redento dall'inevitabile processo di deterioramento e decadenza ( entropia).
La posizione di Pareyson è simile a quella di Teilhard de Chardin, secondo cui la creazione globalmente intesa è finalizzata a Cristo; siamo anche sulla linea della Cristologia cosmica di S. Paolo!
L'esempio del Papa deve coinvolgere tutta la Chiesa come popolo di dio, e quindi la Chiesa locale e ciascuno di noi per vivere in prima persona " la grande realtà del pentimento e la gioia del perdono".


Salvatore Latora
[email protected]





Torna all'Indice delle News