12/02/2003 - L'Europa a una dimensione
Autore: Mons. Michele Pennisi  -  Sede: catania

Nella bozza di costituzione dell'Ue non si fa riferimento alle sue radici cristiane. Si profila, così, una "patria comune" appiattita sull'economia, che ha nell'euro un nuovo "vitello d'oro" e che ripudia valori come il riposo domenicale.

In questi giorni si fa un gran parlare dell'esclusione del nome di Dio nella nuova costituzione europea, ma spesso non ci si rende conto della posta in gioco.
Il Vecchio Continente deve decidere se la "patria comune europea", come si dice non senza un pizzico di retorica, debba essere un'Europa solo di mercanti e bottegai o debba fondarsi innanzitutto su un'intesa culturale e spirituale basata su un fecondo intreccio di molteplici valori e tradizioni.
Bisogna chiedersi se dietro l'esclusione dell'elemento religioso non si nasconda il progetto di un'Europa ad un'unica dimensione, totalmente appiattita sull'economico e ridotta al solo ambito commerciale e finanziario prona ai piedi nell'euro come nuovo vitello d'oro. In questo contesto l'esperienza religiosa come fonte di vincoli sociali si rivela un potente antidoto contro il pericolo, sempre in agguato, di una mercificazione ed una militarizzazione dei popoli europei.
A questo proposito affermava acutamente Dostoevskij: "Nessun popolo fino ad ora si è organizzato secondo i principi della scienza e della ragione; non c'è mai stato un simile esempio, se non per un attimo di stoltezza (...) I popoli si formano e si muovono con un'altra forza che comanda e domina, ma la cui origine è sconosciuta e inesplicabile (...) Principio estetico come dicono i filosofi, principio morale, secondo la loro stessa identificazione. "La ricerca di Dio", come la chiamo io più semplicemente".
Le conseguenze che potrebbe avere anche per noi un'Europa che privatizzasse l'esperienza di fede e rendesse marginale l'appartenenza ecclesiale si possono intravedere nel problema del riposo domenicale.
Se in una direttiva del 1993, pur tenendo conto della diversità dei fattori etnici, culturali e religiosi degli stati membri, si riconosceva che il giorno di riposo settimanale potesse coincidere, per gli stati che lo decidevano, in linea di principio, con la domenica, le nuove direttive comunitarie adottae nel 2000 prevedono la non coincidenza della domenica col giorno di riposo settimanale.
Anche se in una risoluzione d'iniziativa del parlamento Europeo del 1996 gli stati membri e le parti solciali sono invitati a tenere in debito conto delle tradizioni e delle esigenze culturali, sociali, religiose e familiari dei loro cittadini e a prendere in considerazione la particolare situazione di coloro che sollevano un'obiezione di coscienza al lavoro domenicale in un'industria o servizio non essenziale, non è escluso che in futuro la logica mercantile prevalga sulle esigenze delle persone e sulle tradizioni familiari e religiose, con conseguenze negative sulla qualità della vita delle persone costrette ad essere vittime sacrificali di un consumismo selvaggio.

Per questo motivo, senza voler fare delle crociate o delle campagne moralistiche , mi sembra opportuno che tra le forze politiche e sociali si avvii un dibattito sereno e costruttivo sull'argomento.

I vescovi siciliani riuniti in assemblea abbiamo recentemente espresso il nostro "forste disagio di fronte al generalizzarsi anche in Sicilia della prassi dell'apertura domenicale" di molti esercizi commerciali in varie città. In tale comportamento noi ravvisiamo "oltre all'evidente ostacolo alla partecipazione dei fedeli al culto domenicale, un'ulteriore fonte di difficoltà per quella reale comunanza di una vita in seno alla famiglia".
Il riposo di domenica non è una questione sentita solo dai cattolici, ma una conquista di civiltà che comporta un giusto equilibrio tra i tempi di vita e di lavoro, come ho avuto modo di constatare parlando con operai e sindacalisti di vario orientamento ideologico che io ho incontratosu loro richiesa in questi ultimi tempi.

C'è il rischioche trasformando i grandi centri commerciali in spazi di socializzazione di una folla solitaria e anonima presa dalla frenesia delle shopping, l'intera comunità civile venga privata dei tradizionali spazi di incontro, di dialogo, di scambio culturale quali le piazze, le parrocchie, i centri culturali, i sindacati, le sedi dei partiti, gli oratori, i centri sportivi dove si pratica uno sport attivo.

Le persone impegnate nel mondo del lavoro e della cultura, nelle parrocchie, nel volontariato, nelle varie attività sociali non debbono sottovalutare i rischi connessi con il diffondersi di questa moda che rischia di sacrificare la dignità e la qualità della vita di molte persone.
Con il riposo domenicale, le preoccupazioni e i compiti quotidiani, possono ritrovare la loro giusta dimensione e le persone e le persone con le quali viviamo possono riprendere, nell'incontro e nel dialogo pacato, il loro vero volto. Per questo è opportuno che non solo i cristiani praticanti, ma anche tutti coloro che credono nella dignità e centralità della persona umana si adoperino perché, anche la legislazione civile tenga conto della giusta esigenza di tutti per il riposo domenicale.

I cristiani dovremmo far nostra l'espressione di un martire tunisino di nome Emerito che nella persecuzione di Diocleziano del 304-305, condannato per aver ospitato dei cristiani a pregare a casa sua nel giorno dei Signore, esclamò: "senza la domenica non possiamo vivere!".
Molti crisitani si stanno rendendo conto che la "santificazione della festa" come giorno dedicato alla preghiera, alla famiglia, alle opere di carità, al riposo, alla contemplazione delle bellezze della natura e dell'arte e ai momenti comunitari di ricreazione, prima di essere un "precetto" moralistico è un diritto ed un esigenza di cui non possono essere privati.





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