CISS: IL RAPPORTO TRA ETICA ED ECONOMIA NELLA CARITAS IN VERITATE E NEL PENSIERO STUR
Postato il Lunedì, 15 febbraio @ 22:51:16 CET by palladino
(Relazione di Giovanni Palladino, Presidente del Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo (CISS), al Convegno organizzato il 13 febbraio 2010 dal CISS – sezione Mola di Bari - sul tema “CARITAS IN VERITATE: IL VANGELO ELEMENTO FONDAMENTALE DELLO SVILUPPO”)
Don Luigi Sturzo nacque nel 1871, ossia 56 anni prima di Benedetto XVI. Ma fra i due questa distanza temporale si annulla, quando si analizza il loro pensiero. Il motivo è semplice: entrambi hanno capito e assimilato molto bene le tante verità del Vangelo. E le hanno sapute coniugare in modo mirabile per mostrarci quanto sia importante per tutti il libro più famoso del mondo. Ma la storia degli ultimi 20 secoli, purtroppo, ci dice anche che il Vangelo è forse il libro meno compreso dal mondo, soprattutto nei “piani alti” della società. Di qui la necessità di ascoltare e approfondire la testimonianza di fede di personaggi come Joseph Ratzinger e Luigi Sturzo.
Nel Vangelo spesso Gesù inizia una parabola o un'affermazione con queste parole: “In verità in verità vi dico....”, come se volesse dirci: “Attenti, ascoltatemi bene !”, ben sapendo che le Sue verità avrebbero trovato molti ostacoli nell’essere capite e acquisite dagli uomini. Il che può sembrare paradossale, perchè le verità rivelate nel Vangelo hanno come obiettivo il miglioramento della nostra salute fisica e spirituale. Benedetto XVI e don Sturzo, come tanti altri cristiani che amano sinceramente Dio e il loro prossimo, hanno capito l'importanza di rimuovere gli ostacoli, che impediscono la piena comprensione del Vangelo, cosicchè un numero crescente di persone possa vivere in maniera umana e non disumana.
La vita dovrebbe essere un dono, non una condanna. Eppure è tragico constatare quanti “condannati alla vita” vi sono stati negli ultimi 20 secoli, nonostante le tante verità a difesa della vita umana contenute nel Vangelo. E' una tragedia causata da un difetto di amore verso Dio e verso il nostro prossimo, è una tragedia che ha origine nei “piani alti” del mondo politico ed economico, popolato spesso da persone incapaci di testimoniare la grande validità e funzionalità delle verità evangeliche. Questa è una testimonianza, che richiede grandi doti di servizio nell’esercizio del potere. Invece attraverso i secoli, dal vertice “giù per li rami”, è spesso scesa più testimonianza di male che non di bene, con le pessime conseguenze che i libri di storia ci raccontano.
D’altronde Gesù ci aveva messi in guardia dai comportamenti di coloro che stanno al vertice della società e che si autodefiniscono “benefattori”. Infatti, nel corso dell’ultima cena, Egli avvertì gli apostoli (e quindi tutti noi) dicendo:
“I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; chi è il più grande fra voi diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Infatti, chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve ? Non è forse colui che sta a tavola ? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Luca, 24-27).
Questo avvertimento sul cattivo uso del potere da parte dei cosiddetti benefattori (cattivo uso del potere dovuto a mancanza di spirito di servizio) ha spinto uomini di vera fede come Benedetto XVI e don Sturzo a sostenere che la “caritas in veritate” rappresenta l'ossigeno più vitale che possa respirare un essere umano. E' quindi un ossigeno con qualità che vanno spiegate e chiarite di continuo per essere utilizzate con convinzione dagli esseri umani. Sentite cosa ha scritto don Sturzo nel suo libro più bello per altezza spirituale, “La vera vita. Sociologia del soprannaturale”:
“La verità libera dall’errore, dal male, dalle deviazioni; l’amore ci eleva sopra noi stessi nella comprensione degli altri. Come potrebbe il nostro spirito vivere della verità e dell’amore senza libertà interiore ? Come senza libertà potrebbe il tesoro di verità e di amore essere riversato nella società ?”
Per don Sturzo la verità e l’amore vanno quindi cercati e conquistati. “Se mancasse la libertà – egli ci ricorda – non ci sarebbe nè la ricerca della verità, nè la congiunzione per amore, non ci sarebbe vita. Una forza deterministica, fatale, che si esercitasse su di noi, non sarebbe un contatto di spirito fra noi e la divinità”. Ma una volta realizzato questo contatto con Dio, il dovere di ogni cristiano è di collaborare alla “testimonianza della verità, tale testimonianza si incentra in Cristo, posto al centro della storia umana”.
Purtroppo negli ultimi 20 secoli al centro della storia umana abbiamo visto soprattutto i “benefattori”, ossia i re, gli imperatori, i principi, i baroni, i duchi, i conti, i marchesi; tanto è vero che la carta geografica per lungo tempo era suddivisa in regni, imperi, principati, baronati, ducati, contee, marchesati; era cioè dominata dai riferimenti alle cariche politiche dei potenti di turno e il mondo era popolato da sudditi piuttosto che da persone libere. Le guerre ricorrenti non avevano alcuna funzione sociale positiva, ma solo la funzione privata negativa di aumentare il potere dei governanti più forti e della loro ristretta corte.
In tale contesto storico, dove la povertà diffusa e la conseguente ingiustizia sociale erano l’evidente segnale della mancanza di amore verso Dio e verso il prossimo, era obiettivamente difficile testimoniare le verità evangeliche. Tanto che a un certo punto Carlo Marx “urlò” contro i potenti del mondo. Ma la sua proposta risanatrice fu giudicata da Leone XIII come peggiore del male che voleva curare, perchè avrebbe portato a un inasprimento del conflitto fra le classi e a un peggioramento delle condizioni economiche dei sudditi di uno Stato onnipotente.
Fu proprio con la “Rerum Novarum”, nel 1891, che iniziò l’interesse della Chiesa per la “questione operaia”, più tardi chiamata “questione sociale”. Leone XIII, nel lanciare il famoso auspicio “tutti proprietari, non tutti proletari”, era convinto che solo con la stretta alleanza fra capitale e lavoro si sarebbe un giorno arrivati a una maggiore giustizia sociale. Riporto un passo importante di quell’enciclica:
“La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto fra capitale e lavoro non può che dare confusione e barbarie. Ora a pacificare il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il Cristianesimo ha dovizia di forza meravigliosa”.
Mai nel passato la Chiesa si era occupata di un simile problema, anche perchè il Papato fu “distratto” per secoli dal potere temporale e per secoli il problema della povertà diffusa fu considerato come irrisolvibile. Così va il mondo, si diceva, chi nasce povero morirà povero e chi nasce ricco morirà ricco. Peccato che i poveri erano da sempre la massa, mentre i ricchi erano da sempre una ristretta minoranza. Era allora inconcepibile un discorso sull’etica in economia o sull’etica in politica. A fare scuola era da sempre il cinico esempio del Principe di Machiavelli, anche se dal XIII secolo la Scuola dei Canonisti cercò di far capire quanto fosse importante per il bene comune l’uso produttivo del capitale.
Forse dovremmo ringraziare Marx, perchè con la sua disastrosa utopia ha finalmente stimolato la Chiesa a reagire. E la reazione fu soprattutto dei giovani sacerdoti come Luigi Sturzo, che compresero gli effetti benefici della rivoluzione pacifica proposta da Leone XIII, che fra l’altro invitava il clero a uscire dal chiuso delle sacrestie per portare all’aria aperta, nel vivo della società, il messaggio di cooperazione e di collaborazione fra i ricchi e i proletari, cioè fra il capitale e il lavoro.
Fu in quel momento, nell’ultimo decennio del XIX secolo, che si iniziò a capire che si stava avvicinando la fine della lunga epoca delle monarchie, delle aristocrazie, delle oligarchie, ossia del governo dei pochi a vantaggio di pochi, e che il futuro sarebbe stato del popolo e della democrazia. Nacque in quegli anni il movimento della democrazia cristiana e nel 1899 Leone XIII espresse una speranza: “Se la democrazia cristiana sarà veramente cristiana, essa farà molto bene all’Italia e al mondo”.
Questo sostegno del Papa alla cristianizzazione della politica e dell’economia infiammò l’animo del giovane Sturzo, che iniziò subito ad aiutare i deboli non regalando a loro il pesce, ma insegnando come usare la canna da pesca. Fuor di metafora, iniziò a formare cooperative di lavoro, cooperative di produzione, cooperative di consumo, e fondò persino una banca in funzione anti-usura per aiutare i braccianti e gli artigiani a diventare piccoli imprenditori.
E svolgendo da sacerdote questa funzione altamente sociale, capì presto un principio, che non lo abbandonò mai nel corso della sua lunga vita: un regime politico o un sistema economico che non consideri come valore fondamentale, essenziale, l’integrità morale dei suoi protagonisti, prima o poi è destinato a crollare. Nessuna società o comunità o impresa può reggere a lungo al continuo urto dell’irrazionalità e dell’immoralità di chi la guida. Se la politica e l’economia calpestano l’etica, non hanno alcun diritto di chiamarsi “ragione politica” e “ragione economica”.
In realtà si tratta di politica e di economia prive di ragione, ossia prive di razionalità, e prima o poi sono destinate a inciampare nella loro irrazionalità e immoralità. Ed è così che i mali della società si rinnovano e si perpetuano. I mali della società – diceva con convinzione don Sturzo – si correggono solo se è la ragione morale a condizionare e a guidare la ragione politica e la ragione economica. Entrambe devono servire la società e non servirsi della società. Qui risuona alto l’avvertimento di Gesù nell’ultima cena: “chi è il più grande fra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve”.
In definitiva, il più grande obiettivo di don Sturzo è stato quello di far capire quanto sia importante per il bene della società innanzitutto l’alleanza dell’uomo con Dio e poi l’alleanza dell’uomo con l’uomo, per raggiungere quella “concordia che fa la bellezza e l’ordine delle cose”, come auspicava Leone XIII nella “Rerum Novarum”.
E quando don Sturzo, sulle ali del grande successo della sua azione sociale, fu eletto “a furor di popolo” pro-sindaco di Caltagirone (carica che mantenne per ben 15 anni), iniziò a curare anche l’alleanza fra il capitale e il lavoro con una serie di iniziative che cointeressavano i lavoratori alla buona salute delle imprese. E nella sua grande umiltà, quando riceveva complimenti per l’ottimo lavoro svolto alla guida amministrativa di Caltagirone, rispondeva: “Non è farina del mio sacco, devo tutto al Vangelo e alla Rerum Novarum”. Così dicendo egli considerava il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa come fattori fondamentali per lo sviluppo morale ed economico della società.
Nel lavorare con questa preziosa “farina”, egli toccava con mano che i principi e i valori cristiani, calati e applicati nel concreto della società, funzionavano ! Ma fuori da questa esperienza positiva, lontano da Caltagirone, il mondo stava impazzendo e si avviava verso “l’inutile strage” della prima guerra mondiale. Alla fine della guerra, fra le macerie fisiche e morali di tanti, ecco che l’ottimismo cristiano di don Sturzo puntò alla rinascita del Paese con la fondazione del Partito Popolare Italiano. Il famoso appello sturziano “a tutti gli uomini liberi e forti” mirava a riformare l’organizzazione dello Stato e dell’economia, dando meno poteri gestionali a Roma, più autonomia agli enti locali e maggiore importanza al settore privato; riconosceva infatti la grande importanza della libertà d’insegnamento (e quindi l’esistenza della scuola privata) e il predominio in economia dell’impresa privata, tanto che nel 1920 don Sturzo ispirò la redazione di un disegno di legge per la partecipazione dei lavoratori agli utili e al capitale delle imprese.
Ma il generoso sforzo riformatore del sacerdote di Caltagirone trovò presto l’opposizione delle forze conservatrici e la violenza fascista lo costrinse all’esilio per ben 22 anni. L’esilio gli salvò la vita e gli offrì l’opportunità di studiare meglio e approfondire i problemi del tempo, pur continuando a combattere sempre con la sua penna in difesa degli ideali di giustizia e di libertà, ossia in difesa degli ideali cristiani.
Tornato in Italia nel 1946, egli riprese subito la sua battaglia per contribuire a realizzare l’auspicio di Leone XIII del 1899: “Se la democrazia cristiana sarà veramente cristiana, essa farà molto bene all’Italia e al mondo”. In uno dei suoi primi articoli, nell’ottobre del 1946, intitolato “Moralizziamo la vita pubblica”, egli scriveva:
“Quanto più accentrato è il potere e quanto più larghi sono gli afflussi del denaro nell’amministrazione pubblica, tanto più grandi sono le tentazioni”.
Di qui la grande avversione di don Sturzo per lo Stato imprenditore, per lo Stato banchiere, per lo Stato assicuratore. Egli era convinto che quanto più l’economia finisce nelle mani dello Stato, tanto più la politica corrompe e si corrompe, con gravi danni per le imprese private, che per funzionare bene hanno bisogno di uno Stato che faccia soprattutto l’arbitro e non anche il giocatore. Se ricopre entrambi i ruoli, lo Stato finisce per arbitrare male e giocare male.
Rivelo una delle tante profezie di don Sturzo confidate a mio padre, che dal 1956 al 1959 ebbe la fortuna di essere il suo più stretto collaboratore. I loro incontri erano quasi giornalieri e ogni articolo che don Sturzo scriveva per “Il Giornale d’Italia” veniva sottoposto a mio padre per un parere, prima di essere inviato al quotidiano. Una sera mio padre fece un rilievo critico sull’ennesimo attacco di don Sturzo al Presidente dell’Eni, Enrico Mattei: “Negli ultimi mesi ha già scritto tanti articoli su questo argomento; sarebbe meglio attenuare i toni della polemica”.
Il combattivo prete siciliano, con un gesto che faceva raramente, battè il pugno sul tavolo e rispose: “No, non cambio neppure una virgola, perchè si ricordi che Mattei potrebbe un giorno rivelarsi più dannoso di Mussolini. Le rovine fisiche di una guerra si possono ricostruire in una generazione, ma le rovine morali causate dallo Stato imprenditore – con la diffusione della corruzione a tutti i livelli – potrebbero essere curate solo dopo molte generazioni. La mia critica a Mattei ha motivazioni più morali che non economiche. Temo che l’esempio dell’Eni, che tramite Mattei sta facendo un uso scorretto del denaro pubblico per fini di potere, possa essere presto seguito da altre imprese pubbliche”.
Non vi è dubbio che l’origine dell’attuale decadenza morale, politica ed economica dell’Italia affondi le sue radici in quanto è avvenuto a partire dalla seconda metà degli anni 50 con l’inizio della grande ascesa dello Stato “tuttofare”, ascesa di cui Mattei fu il primo promotore. La dura battaglia di don Sturzo contro le tre “malebestie” (lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico) è stata purtroppo perduta, ma la maggioranza degli italiani si augura che in futuro la “guerra” possa essere vinta, dopo aver constatato quanti danni le tre malebestie hanno prodotto negli ultimi 50 anni.
Alla conclusione di questa “guerra” ci incoraggia lo stesso don Sturzo, che scrisse il seguente ammonimento nel suo ultimo articolo, intitolato – guarda caso - “Economia e moralità”:
“La colpa più grave degli individui e dei nuclei umani sarebbe quella di non avere fiducia di poter superare il male con il bene; il che sarebbe l’indice della mancanza di fiducia nella libertà, dono di Dio, e della mancanza di fiducia in Dio stesso, donatore di ogni bene”.
A incoraggiarci in questa “guerra” è anche Benedetto XVI, che nella sua ultima enciclica ha modernizzato il tema “etica ed economia” tanto caro a don Sturzo. Questi partiva dalla “Rerum Novarum” del 1891, in un contesto di generale povertà, mentre l’attuale Pontefice è partito dalla “Populorum Progressio” di Paolo VI, enciclica pubblicata nel 1967, in un contesto storico migliorato sotto il profilo economico, ma ancora con tanta strada da fare per vedere lo sviluppo diffuso fra tutti i popoli.
La “Caritas in Veritate” si può dire figlia della globalizzazione, fenomeno che Benedetto XVI giudica positivamente, perchè esso “è stato il principale motore per l’uscita dal sottosviluppo di intere regioni e rappresenta per sè una grande opportunità”. Ma allo stesso tempo il Papa ci avverte che “senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana. Per questo la carità e la verità ci pongono davanti a un impegno inedito e creativo, certamente molto vasto e complesso. Si tratta di dilatare la ragione e di renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche, animandole nella prospettiva di quella ‘civiltà dell’amore’ il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura”.
La globalizzazione ha quindi bisogno di essere illuminata e sorretta da un’alta coscienza morale, cioè deve essere ben gestita da uomini retti. Lo sviluppo diffuso e di lunga durata è impossibile, secondo il Santo Padre, “senza uomini politici e operatori economici, che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune”. Qui risuona di nuovo l’avvertimento di Gesù nel corso dell’ultima cena, nonchè il pensiero sturziano sulla necessità di subordinare la ragione politica e la ragione economica alla ragione morale. Benedetto XVI sottolinea con forza che “la sfera economica non è nè eticamente neutrale nè di sua natura disumana e antisociale, ma ha un gran bisogno di essere assoggettata al giudizio dell’etica per il suo corretto funzionamento”.
La “Caritas in Veritate” fa capire con chiarezza che se nel mondo dovesse aumentare, anzichè diminuire, lo squilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri, svanirebbe il risultato virtuoso atteso dalla globalizzazione, cioè l’integrazione pacifica dell’economia mondiale e l’unificazione del mondo. E’ nell’interesse di tutti che si possa realizzare la profezia “ut unum sint”. Saremmo finalmente tutti uniti grazie a una più equa distribuzione dei beni della terra e alla creazione di strutture politiche ed economiche ispirate a giustizia.
Per Benedetto XVI l’umanità potrà giungere al compimento di questo “miracolo”, se lo sviluppo economico si accompagnerà allo sviluppo umano, inteso come sviluppo delle menti (dare a tutti buona istruzione e buona cultura) e come sviluppo delle coscienze e della responsabilità personale (far capire non solo che il crimine non paga, ma anche che l’etica conviene). E’ chiaro che per il Santo Padre è vano puntare solo sullo sviluppo di tipo quantitativo, se a questo non si accompagna anche uno sviluppo qualitativo dell’uomo, perchè alla resa dei conti è dall’abbondanza di questa qualità che poi dipenderà la crescita di quella quantità e la sua stessa buona gestione.
In questa enciclica uno spazio notevole è dato dal Papa all’economia di comunione e al settore del ‘non profit’, per far capire che il dio profitto non è affatto una divinità, ma solo una bussola e un metro di valutazione dell’attività imprenditoriale. Ma la società civile ha bisogno anche di una economia del dono, ossia di una economia capace di dar vita a imprese ispirate al principio della solidarietà e capaci di “creare socialità”. Vinta la sfida con l’economia marxista, che annullava la dignità della persona umana privandola della sua libertà e quindi della sua capacità creativa, l’economia capitalista deve ora vincere la sfida con se stessa, migliorando soprattutto la qualità dei suoi protagonisti, ossia di chi ha avuto la responsabilità di operare ai “piani alti”. Per far questo, disse Leone XIII, “il Cristianesimo ha dovizia di forza meravigliosa”.
Ed è per questo che mi piace concludere con un profondo pensiero di don Sturzo, che purtroppo ieri non è servito a far riflettere tanti cattolici che hanno operato nei “piani alti” della società, ma che mi auguro possa servire oggi e domani:
“La missione del cattolico in ogni attività umana, politica, economica, scientifica, artistica, tecnica, è tutta impregnata di ideali superiori, perchè in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa; la politica diviene mezzo di arricchimento, l'economia arriva al furto e alla truffa, la scienza si applica ai forni di Dachau, la filosofia al materialismo e al marxismo, l'arte decade nel meretricio.
Non sembri strano: anche in tali decadenze potrà mostrarsi qualche barlume di verità, qualche sollecitazione alla speranza; qualche soffio di amore; perchè l'uomo, anche il più depravato o il più insensibile ai valori spirituali, ha un'anima che può rivelarsi tale se arriva in contatto con un'altra anima, che porta in sé il soffio della verità e dell'amore”.
Da uomini di grande fede come Benedetto XVI e don Sturzo ci giunge non il soffio, ma il benefico vento della verità e dell’amore. Ma è vero che talvolta è sufficiente anche solo un soffio per fare del bene al prossimo, tanto è potente quell’ossigeno rigeneratore composto dall’unione dell’amore con la verità. E’ una unione che non dovremmo mai stancarci di viverla e di promuoverla.
|
| |
|
| |
|
_RATEARTICLE
|
_AVERAGESCORE: 0 Voti: 0
|
|
|