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Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa
Postato il Lunedì, 20 dicembre @ 12:28:12 CET by palladino

DanielaVidoni Scrivere "

COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

 

Relazione del prof. Mario Toso in occasione del convegno del 04 dicembre 2004 organizzato dal CISS sede regionale del FVG in cui è stato presentato il libro "Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa" del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

 



PRESENTAZIONE DEL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

 

Mario Toso, sdb

Rettore Pontificia Università Salesiana - Roma

Docente di Filosofia politica e sociale

 

Il manifesto di un nuovo umanesimo

 

Il quadro odierno presenta enormi problemi: povertà, fame, inquinamento progressivo, finanziarizzazione dell’economia, desertificazione di aree immense, forti migrazioni, manipolazioni genetiche; aspetti positivi, ma anche negativi della globalizzazione, quando sia animata da una prevalente ideologia liberista ed utilitarista; per non parlare poi delle guerre dell’Africa, del Medio Oriente, con l’aspra questione dell’Islam; del terrorismo che ha gettato la maschera e ha svelato il suo volto più crudele. Il mondo non può vivere in pienezza in un clima di nuovi imperialismi economici e politici, e di nichilismo omicida. L’odio genera odio, con al culmine una ferocia che giunge a perpetrare una strage di bambini, come è avvenuto a Beslan, in Ossezia. Sentiamo dentro di noi – è stato detto – la voce di un’umanità che grida tutto il suo orrore per la violenza ed esprime un desiderio di pace. Occorre promuovere il riscatto con il coraggio di un nuovo umanesimo, mediante non una guerra ma una pace preventiva. Questo ci ha ricordato il XVIII Incontro interreligioso, organizzato dal 5 al 7 settembre scorso dall’Arcidiocesi di Milano e dalla Comunità di Sant’Egidio.

         Il Compendio di dottrina sociale della Chiesa, promulgato il 25 ottobre scorso dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, è il manifesto di un nuovo umanesimo. Presentarlo così non è una forzatura. Nell’Introduzione, infatti, si afferma che esso è stato compattato per promuovere e seminare nei solchi della civiltà un umanesimo integrale, solidale, aperto alla Trascendenza (cf n.7).

         E’ «Manifesto», nel senso che in esso si trovano le coordinate ispiratrici e programmatiche, ideali e storiche, di  una nuova società, per dare corpo - un “corpo sociale” - alle esigenze sempre vive del Vangelo e del cristianesimo, affinché dimorino nel cuore degli uomini e delle città.

In ogni epoca c’è bisogno di un nuovo umanesimo. Cadono, infatti, gli involucri delle vecchie civiltà; tramontano gli umanesimi logori e sclerotizzati, come quello medievale, rinascimentale, liberal-borghese, socialista, comunista. Muoiono le cristianità, ossia le realizzazioni sociali-temporali delle verità evangeliche; si frantumano i calchi che hanno avuto la pretesa di esaurirne la valenza trascendente, di sostituirsi all’originale.

Ma l’umanità non può vivere senza una prospettiva di futuro, senza una direttrice di marcia. C’è sempre bisogno di dare traduzione concreta all’essenza del cristianesimo, in ogni clima storico.  Occorre un «Rinascimento» per ogni epoca. Occorre che la sublime e superna ricchezza del Vangelo riviva e si espanda nell’ethos dei popoli, per la gioia e la speranza di ogni generazione, per alimentarne l’impegno di crescita nella civiltà; perché, in definitiva, nonostante la sua debolezza e il senso di vuoto, non c’è nulla che l’uomo desideri quanto una vita eroica: niente gli è più  intimo e consueto dell’aspirazione di essere figlio di Dio.

In contesto di globalizzazione, che presenta opportunità sia di destrutturazione che di unificazione della famiglia umana, e che appare nutrita da una cultura improntata allo scetticismo e all'immanentismo biologista e materialista – oggi domina il sincretismo, il pensiero debole, il sapere empirico e sperimentale -,  il Compendio  tratteggia un’anima culturale né individualistica né utilitaristica, bensì personalista, comunitaria e comunionale. Sollecita a investire sulla parte migliore della persona, sulle energie positive della storia, riconoscendo che nell’uomo e nella donna sussistono bisogni che oltrepassano tutto l’ordine dell’universo. Solo una cultura della convivialità globale, che non abiura alla trascendenza, può aiutare la famiglia umana a non trasformarsi in Babele, città dello strepito e dell’incomunicabilità. Solo in compagnia di Dio i popoli della terra possono camminare sui sentieri della pace, usufruendo di un umanesimo nutrito alle sorgenti virtuose della santità.

Vi è chi vuole affrontare i drammi del mondo con l’eroismo delle rivoluzioni e il titanismo dell’azione; vi è anche chi abbraccia l’eroismo buddista, che fa leva sulla pietà e meno sull’agire. La dottrina sociale della Chiesa propone un altro eroismo, quello dell’amore di Cristo, contemplativo ed attivo insieme, trasformatore ed innovatore, mediante l’azione per la giustizia. E’, in definitiva, la proposta di un umanesimo libero per se stesso e cosciente di sé, che conduce l’uomo al sacrificio e ad una grandezza veramente divina. La fatica del dono e della responsabilità, il dolore e lo scacco, sono abbracciati ad occhi aperti, sono portati su di sé  e vissuti senza rinunziare alla gioia. Anzi, questa è già presente in essi, per l’esultanza dello spirito.

 

La DSC è progettualità derivante dal fare memoria della Risurrezione di Cristo

 

Dire che il Compendio è proposta di un nuovo umanesimo, che aiuta a vivere nel nostro tempo l’indicibile ed insuperabile ricchezza dell’amore di Cristo, significa riconoscere che la dottrina o insegnamento o magistero sociale della Chiesa ha ascendenze più che umane, rimanda ad una realtà originante superiore. Per questo, il Compendio non può essere ridotto a carta o codice sociale, che intende fornire l’elenco delle regole del vivere insieme. Non è nemmeno interpretabile come mera progettualità sociale o un umanesimo presi a sé, staccati dalla loro fonte. Il Compendio è sì l’indicazione, sintetica e germinale, di una progettualità sociale, di un umanesimo integrale e solidale, di un manifesto, come detto poco fa, ma a partire da una sorgente perenne: il mistero insondabile della creazione del mondo e della sua redenzione mediante la morte e risurrezione di Gesù Cristo.

L’incarnazione e la redenzione pongono il senso originario della storia,  sono la fonte di ogni progettualità e di ogni umanesimo storico, la ragione del loro rinnovamento incessante attraverso i secoli. La memoria di tali eventi universali – memoria che la comunità ecclesiale compie ogni volta che celebra l’Eucaristia – diviene, quasi spontaneamente, generatrice di un progetto di missione (come ci ha recentemente ricordato la lettera apostolica di Giovanni Paolo II Mane nobiscum Domine), nonché matrice feconda di innumerevoli progettualità ed umanesimi sociali. L’Eucaristia – spiega, infatti, il pontefice - «è un modo di essere che da Gesù passa nel cristiano e, attraverso la sua testimonianza, mira ad irradiarsi nella società e nella cultura» (n. 25).

Anche per il Compendio la DSC è frutto ed espressione di un fare memoria che si traduce in azione di liberazione integrale del sociale.

Detto altrimenti, nella DS si trovano condensate le conseguenze sociali della contemplazione, della partecipazione alla grande Opera della Redenzione, posta dalla Trinità nella storia. La DS non è solo l’indicazione del bene da fare, ma è già un primo tentativo che mette in condizione di poterlo fare, proponendo principi di riflessione, criteri di giudizio, ed anche orientamenti pratici, segnalati e illustrati con linguaggio chiaro nel Compendio.

Presentando il Compendio sovente ci si sente dire che la prima parte è troppo distante dalle preoccupazioni dei christifideles laici, assillati dalle preoccupazioni della vita quotidiana.

In realtà, se si togliesse dal Compendio la parte teologica ed ecclesiologica, si correrebbe il rischio di ridurre la dottrina sociale della Chiesa ad una semplice scienza del buon vivere o ad un codice di comportamento per le situazioni difficili. Ciò che, invece, il Compendio intende far capire è che la DSC è espressione dell’incontro con Gesù Cristo, della fede in Lui, della partecipazione, misteriosa ma reale, alla sua vita divina.

Chi è unito, da una profonda comunione, a Gesù Cristo, l’Uomo nuovo, - Colui che incarnandosi in ognuno di noi e nella materia, è venuto per ricapitolare in sé ogni cosa e a propiziare  l’avvento di “cieli e terra nuovi”, di società più fraterne -, non può trascinare la sua esistenza nella noia e nella disperazione. Porta in sé un’innata vocazione al sociale, l’impulso a collaborare con il Redentore nella trasformazione della convivenza, della politica.

 

 

Un sogno che viene da lontano

 

Oggi, l’uomo sembra perdere il senso della propria esistenza; il privato erode il pubblico. Ciò non avviene casualmente, ma come effetto dell’enfatizzazione dell’individuo che si erge a fonte ultima della verità e che piega il bene comune e lo spazio politico all’omologazione dei suoi interessi particolari. Così, al centro della città non sta più la persona, intrinsecamente sociale e solidale, ma il singolo che, come scrive Zigmunt Bauman, è paradossalmente solo nella società globale, con un sovraccarico di responsabilità, dal momento che il pubblico ridimensionato non può più aiutarlo.[1]

All’uomo e al mondo bisognosi di nuova relazionalità e di speranza, il Compendio consegna un “sogno” che viene da lontano. Più precisamente, spiega che il nuovo umanesimo di cui ha bisogno la nostra società ha il suo principio e il suo modello ispiratore nella comunità per eccellenza: la Trinità.

Ogni persona, nella sua struttura d’essere e d’agire, è icona della Trinità, ove il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, realmente distinti e realmente uno, sono comunione infinita d’amore. Perché immagini di Dio, ogni uomo e ogni donna sono chiamati a vivere nella comunione, nella reciprocità del dono, in un mutuo potenziamento d’essere. Realizzano se stessi nella condivisione e nella comunicazione gratuita del proprio essere, impegnandosi a servire disinteressatamente l’altro.

L’umanità stessa è convocata nella Chiesa, per formare la famiglia di Dio, a vivere l’unità  relazionale che sussiste nella Trinità: qui ogni Persona vive con l’Altra, per l’Altra, nell’Altra, grazie all’Altra; ogni Persona è se stessa facendo essere l’Altra. Mediante la memoria dell’Eucaristia, la comunità dei credenti è costituita “casa e scuola di comunione”, comunità pasquale, che immette nel mondo un torrente di vita strutturata a tu, e per ciò stesso diventa profezia, ossia centro che suscita, nel reticolo delle relazioni interpersonali, un nuova umanità, più solidale, non alienata. Le comunità dei credenti sono così, nei vari territori, fucine di persone che sanno trascendere se stesse e vivono l’esperienza del dono di sé e della formazione di un’autentica comunità umana, orientata al suo destino ultimo che è Dio.

La DSC è, in conclusione, frutto anzitutto di un’esperienza di fede, vissuta come singoli, come un “noi” di persone, come popolo, come comunione con Gesù Cristo e tra noi; è frutto dell’energia trasfiguratrice, della potenza rivoluzionaria dell’Amore trinitario.

L’insegnamento base che il Compendio intende dare è proprio questo: chi non vive in comunione con Gesù Cristo e non accoglie il suo Spirito di amore: impoverisce il suo sguardo sul mondo, uccide la profezia, espone il suo cuore alla sclerosi; non è luce, diventa sale insipido, che a null’altro serve se non ad essere gettato via e ad essere calpestato dagli uomini.

Pertanto, tu che sei giovane, se vuoi condurre la tua vita diversamente da quella ranocchia che, come descrivono alcuni testi sanscriti, vive in fondo al pozzo  e da lì guarda al mondo giudicandolo; se vuoi respirare con i polmoni delle Persone della Trinità ed assumere lo sguardo e la fantasia creatrice di Dio; se vuoi conoscere più compiutamente la tua identità di uomo o di donna e di credente: prendi in mano il Compendio e leggilo! Non passare, però, da un capitolo all’altro come un turista che ammira il paesaggio e cammina estasiato in uno scenario che gli è solo esterno. Cerca di incontrare te stesso, le tue aspirazioni più profonde, le tue responsabilità sociali. Ma, soprattutto, cerca il tuo prototipo umano e cristiano, la parte che, come suggerisce sant’Agostino, ti è più intima: Gesù, il Figlio in cui tu sei figlio, fratello per l’altro. Se lo amerai intensamente la tua vita cambierà, sarai protagonista di DS, per la gioia dei tuoi amici, dei più poveri.

Pertanto, tu comunità ecclesiale che sei in Udine, se vuoi, all’inizio di questo millennio, andare in avanti e in profondità, nel mare aperto della nuova evangelizzazione, accogliendo l’invito che Gesù rivolse all’apostolo Pietro; se vuoi essere casa e scuola di comunione, comunità pasquale, centro di inserzione nel territorio di una vita di comunione e di servizio all’altro, a favore delle famiglie, della scuola, delle istituzioni civili: accogli con gioia il Compendio, annuncia e testimonia la sapienza sociale che esso racchiude, annuncia e testimonia specialmente Colui che ne è  sorgente inesauribile, mediante un’azione pastorale che, anziché attendere, va incontro alle persone nei loro ambienti di vita.

 

La DSC non è un optional e nemmeno un self service; è, piuttosto, una grammatica comune

 

Ognuno di noi, in quanto inserito in Cristo, come il tralcio nella vite, mediante il battesimo e la confermazione, è soggetto nativo di DS. Lo è anche, per le stesse ragioni, ogni comunità ecclesiale.

La DS non è, allora, un optional, bensì una realtà che appartiene in germe al proprio patrimonio genetico di esseri cristoconformi.

La DS solitamente è pensata come orizzonte di valori che sta di fronte e dal quale, come da un self service, si scelgono quelli che piacciono di più, secondo le appartenenze partitiche e di schieramento. In realtà, se la DS, nel suo nucleo essenziale, appartiene germinalmente alla propria identità cristiana e umana, più che orizzonte esterno di valori, è anzitutto, impegno che scaturisce dal di dentro della vita personale e comunitaria. È compito e responsabilità di tutti, non solo di alcuni, ossia di coloro che si fanno carico della pastorale sociale e solitamente sono considerati marziani o abbagliati dal sociale. E’ dovere-diritto della Chiesa, di tutte le parrocchie, dei singoli fedeli laici, dei movimenti e delle associazioni.

 Perché, nella sua essenza evangelica, non è solo frutto di un atto di volontà dei fedeli o delle componenti ecclesiali, ma primariamente del progetto d’amore della Trinità, la DS non è appropriabile o manipolabile da un soggetto ecclesiale o da una associazione o da un partito, con l’esclusione di altri. Essa non è peculiarità di uno solo, ma di tutti. Nessuno può riservarsene l’esclusiva. Tutti la possiedono in nuce e, quindi, sono abilitati ad esserne soggetti attivi e responsabili.

Quanto appena affermato consente di fare ulteriori considerazioni sul Compendio.

Se la DSC è un patrimonio che, germinalmente e costitutivamente, è di tutti, il tentativo di prepararne una sintesi aggiornata o Compendio va anche visto come il proposito di evidenziare ciò che appartiene a tutte le comunità e a tutti i credenti, sotto ogni cielo; va visto come un mettere di fronte a ciò che tutti condividono per struttura d’essere, per vocazione cristiana. Proprio per questo, il Compendio porta in sé, specie per coloro che militano  legittimamente su fronti avversi, un incontenibile appello all’unità sulle cose necessarie, a superare la diaspora culturale, a scorgere ciò che accomuna mentre si appartiene a chiese locali, a congregazioni, movimenti, associazioni, aggregazioni, partiti diversi.

Viene qui naturale una riflessione su eventi recenti. Tutti hanno salutato come un segno nuovo e di speranza il riavvicinamento, dopo anni di freddezza, di alcuni movimenti ed associazioni ecclesiali. Qualcuno sulle pagine dei rotocalchi ha posto una domanda insinuante: uniti come e per cosa? Evidentemente, ciò andrà meglio approfondito dagli interessati ma è certo che il Compendio, per le ragioni dette sopra, può senz’altro costituire la piattaforma o la “grammatica” comune per costruire insieme una civiltà dell’amore, entro l’alveo di un pluralismo culturale e sociale né indifferenziato né divaricato.

Detto altrimenti, la promulgazione del Compendio, che è stata ispirata anzitutto da intenti di evangelizzazione e di liberazione integrale, non potrà non avere conseguenze per l’impegno sociale e politico dei credenti, anche con riferimento all’attuale situazione politica italiana.

Di recente ho udito diversi cattolici dire che, dopo aver letto il Compendio, si sono sentiti rinfrancati e fieri di appartenere alla Chiesa, di essersi sentiti confortati nel loro non facile impegno di testimoni del Vangelo.

Non va dimenticato che ciò che, sul piano della presenza nella società, svilisce e rende inespressivi i credenti è talora il pudore di sentirsi cristiani, ma anche la mancanza di fiducia in se stessi. Sovente il complesso di inferiorità culturale o di apparire integralisti induce a sottostimare e a sottoutilizzare le proprie possibilità.

Ebbene, credo che la pubblicazione del Compendio aiuterà i credenti a riscoprire che la loro identità cristiana è la loro risorsa più grande, per rendere incisiva e ricca di apporti la loro presenza nel mondo. Li confermerà nel convincimento che essere cristiani, vivere da cristiani, come popolo zelante per le opere buone, anche di ordine sociale e civile, non è una maledizione che grava addosso, non è un peso che trattiene, non è una pretesa di cui bisogna chiedere scusa. E’ invece, una grazia, che diventa responsabilità e che porta con sé grandi possibilità di bene che sono per tutti.[2]

Ma, già all’inizio di questa fase di diffusione e di primo approfondimento del Compendio, previ ad una sperimentazione più convinta, incombe un pericolo. Quello di approcciarlo muovendo dal proprio limite, sminuendone la valenza evangelica e frantumandone l’unitarietà. Privilegiando il proprio punto di vista, la propria particolare situazione di vita si procede ad una lettura ed ad una accoglienza selezionatrici dei valori proposti. Durante alcuni incontri televisivi, incentrati sull’uscita del Compendio – pochi, in verità – si è sentito chi era divorziato affrettarsi a dire che il capitolo sulla famiglia non faceva per lui. Così, si è sentito dire chi apparteneva ad una parte politica che il Compendio contiene una visione antiquata della sussidiarietà che dev’essere purgata dei risvolti solidaristici.

Bisognerà, allora, far capire, specie a chi dice di credere, che il valore dell’amore coniugale proposto da Gesù Cristo, e ripresentato dal Compendio, non può essere considerato facoltativo. Chi, purtroppo, per varie ragioni, non vive più con il primo marito o la prima moglie, non può pretendere di squalificare il valore dell’indissolubilità del legame matrimoniale, perché non è da lui praticato. Così, si dovrà far comprendere che, per la DSC, la sussidiarietà non significa che ognuno fa per sé, senza tener conto delle necessità altrui. Per la Chiesa la sussidiarietà è implicita nel principio di solidarietà. Il principio di sussidiarietà, infatti, dice come si deve essere solidali. Più precisamente, l’azione di un soggetto, qualunque esso sia (Stato, famiglia, persona), deve essere sussidiaria all’altro soggetto non semplicemente in quanto gli porta un aiuto in caso di necessità (lo sussidia nel senso etimologico), ma anche in quanto – nell’aiutarlo – lo rispetta e lo promuove nella sua dignità e nella sua autonoma responsabilità. Pertanto, il principio di sussidiarietà ha una duplice valenza. Esso impone non solo l’aiuto ma uno stile particolare di liberazione e di emancipazione del più debole, in modo da accrescerne le capacità e quindi di valorizzarne la dignità.

Bisognerà, inoltre, far capire a coloro che nell’Eucaristia entrano in comunione con Gesù Cristo - celebrando, cioè, il memoriale di una libertà che onora la verità sino a salire sul patibolo e si dona totalmente al prossimo e a Dio – che non sono coerenti se intendono la libertà come un arbitrio incondizionato che disprezza la solidarietà e la giustizia sociale; se intendono il proprio diritto come illimitato.

In definitiva, si dovrà far comprendere che per accogliere, vivere, annunciare, testimoniare e rinnovare la DSC bisognerà approfondire la propria fede in Gesù; bisognerà essere disposti a una conversione permanente.

 

 

Quale pensiero e progettualità politici? La comunità politica non è una società di affari

 

                 In questi ultimi anni più volte ci è capitato di sentire che al centro della città sta l’impresa. Non raramente la comunità politica è scambiata con una società di affari; anzi, spesso e con linguaggio sbrigativo e superficiale la sua vita è paragonata al gioco calcistico e l’autorità al­l’arbitro. Si tratta ovviamente di visioni riduttive e di comodo, che travisano i compiti del­la comunità e del potere politici. In alcuni ambienti culturali anche cattolici sembra avere particolare risonanza la teoria di Robert Nozick secondo il quale lo Stato è realtà consustanziale al­la società del mercato. La comunità politica sorgerebbe, in definitiva, per garantire un’esistenza ordinata al libero mercato. Lo Stato dev’essere minimo, perché qualora oltrepassasse la funzione di protezione contro la forza, il furto, la frode, di osservanza dei contratti, sarebbe ingiustificato.[3]

Secondo la DSC, la comunità politica non è equiparabile ad una società di affari, avente tra i suoi principali obiettivi il profitto. Nemmeno è paragonabile ad una squadra di calcio, ove i protagonisti giocano e agiscono non per conseguire il bene umano proprio e altrui bensì per passatempo, per vincere una coppa. La comunità politica si fonda sulla fraternità, sull’amicizia civile, sul desiderio di conseguire meglio – rispetto alla società civile - il bene umano proprio e altrui. Non nasce, dunque, da individui che sono estranei l’uno all’altro o solo imprenditori o mercanti. Non è posta da soggetti antisociali, che cercano la comunità non per motivi di solidarietà o per mutua benevolenza, ma semplicemente per un’auto­con­­servazione razionale e calcolata. Non deriva nemmeno da un processo di deterioramento del­lo stato iniziale del­l’umanità; né deve considerarsi come un male necessario o minore, a cui bisogna inevitabilmente sottostare. La comunità politica non trae origine unicamente da un atto di volontà comune o da un consenso sociale o da un dialogo pubblico, che avrebbero il compito di fondarla e farla esistere prescindendo dall’essere delle persone, dalla loro concezione di bene, dalla loro identità culturale come è per la filosofia moderna ed anche, sia pure in termini diversi, per quella post-moderna, neocontrattualista.[4] Essa scaturisce dalle persone, esseri liberi e responsabili,[5] ossia da volontà e da consenso, e da un previo ordine ontologico ed etico oggettivo, impresso nell’uomo da Dio creatore come un germe da sviluppare, confermato e perfezionato dal Redentore. Tale ordine, che non è pattuibile e che va gradualmente scoperto e sviluppato, anima interiormente l’intelligenza e la volontà, sorregge e consente il dialogo sociale nonché l’azione costruttrice e solidale della comunità politica.

Più precisamente, la comunità politica è fondata dalle persone per raggiungere il proprio compimento umano, a partire dalla loro innata tensione verso il vero e il bene, dalla comune ricerca di essi. Per questo, la comunità politica è realtà positiva, connaturale alla dignità degli uomini. La libertà, tramite cui le persone creano la comunità politica, è libertà di soggetti la cui intel­ligenza e volontà sono costitutivamente vincolate dall’inclinazione verso il vero e il bene e, quindi, non sono condannate all’indifferentismo, al­lo scetticismo e al relativismo etici. Grazie a simile libertà ogni consenso sociale, ogni dialogo pubblico, ogni impegno di col­laborazione sono radicati in un fondamento comune, senza il quale sarebbero impossibili e non avrebbero senso. E proprio in forza del fatto che ogni uomo è capace di verità e di bene che nelle società pluraliste e multiculturali è possibile mettere a confronto visioni del mondo e concezioni del bene che tra loro possono essere diverse e talora concorrenti, ma non incommensurabili, in quanto sono tutte derivanti dalla ragione umana universale.[6]

        

Democrazia delle regole o dei valori?

 

Se dopo il crollo dei regimi comunisti dell’Europa dell’Est, a cominciare dal 1989, sembrò che la democrazia avesse vinto la sua battaglia, potendo così unificare il mondo, oggi, ad appena a un decennio, molti osservatori non ne sono più certi. Per alcuni – ad esempio Colin Crouch e Ralf Dahrendorf –,[7] si è entrati in una fase di dopo-democrazia. In concomitanza alla diminuzione di autogoverno da parte dei demos nazionali e alla globalizzazione che per ora, pur presentando possibilità di allargamento, rimpicciolisce gli spazi di scelte genuinamente democratiche,[8] si è obbligati a lavorare a una nuova democrazia che, nonostante tutte le difficoltà, non può rinunciare alla sua dimensione parlamentare e all’istituto della rappresentanza. Bisogna tener conto del ridimensionamento degli Stati-Nazione e pensare ad una architettura istituzionale che consenta loro di articolarsi sinergicamente entro una cornice giuridico-politica, atta a realizzare il bene comune mondiale sul piano transnazionale.[9] Contemporaneamente, si deve tentare di coinvolgere maggiormente le istituzioni democratiche elettive nazionali nel processo decisionale delle organizzazioni internazionali. Inoltre, occorre dare alle società civili maggior coscienza del loro ruolo globale nonché opportuni canali di espressione.

Ma la crisi odierna della democrazia non deriva tanto da mera inadeguatezza strutturale, incapacità rappresentativa, che la espongono sia ad esiti oligarchici sia a tentazioni e spinte populiste.[10] Tale crisi è dovuta, anzitutto, alla perdita dei parametri antropologici ed etici a fondamento delle coscienze e, insieme, degli strumenti cognitivi e critici che permettono di accedere alla realtà integrale delle persone e dei problemi. Ciò che manca è un quadro culturale capace di germinare e di suscitare la rinascita della vita politica.

Perché non si battano più i sentieri di una razionalità metafisica e pratica di stampo classico, prevale la figura di una democrazia proceduralistica. In essa il discorso pubblico, dato il forte pluralismo e l’impossibilità di disporre di una verità oggettiva, non può aspirare a trovare ragioni  ultimamente cogenti. Gli unici mezzi per la chiarificazione reciproca dei fini e dei mezzi del vivere comune sono la persuasione, il consenso che, guidati da un sostanziale non cognitivismo etico, obbligano ad impiegare molte energie nell’assumere competenze comunicative e nell’individuare metodi e strumenti il più possibile neutrali rispetto alla verità sull’uomo e su Dio. Se non vi sono valori validi per tutti e tuttavia bisogna convivere, se si vuole evitare violenze e sopraffazioni, non rimane che potenziare meccanismi istituzionali che massimizzano le possibilità di discussione, la continua correzione delle scelte, l’informazione sulle decisioni di interesse comune, la pubblicità del dibattito su di esse. Come hanno insegnato Kelsen e Popper, la democrazia è essenzialmente un metodo, un insieme di regole, che permettono la creazione dell’ordinamento giuridico, un’informata e consapevole scelta dei governanti, nonché il loro ricambio pacifico.

E’ questa una strada prevalentemente pragmatica, che non appare aperta verso riforme efficaci dell’esistente. Infatti, ogni impegno politico o processo riformistico che si proponga  la promozione della dignità dell’uomo, a meno di non restare declamatorio o ipocrita, non può non rifarsi a valori ultimi.[11] La lotta contro la povertà, l’ignoranza, le diseguaglianze nell’acceso dei beni necessari e fondamentali per lo sviluppo di ogni essere umano e popolo, la conquista delle libertà, obbligano a misurare regole e procedure sul bene dell’uomo considerato nella sua integralità. In definitiva, ogni vera democrazia non può essere indifferente rispetto alla verità sull’uomo, che la stessa esperienza storica degli ultimi secoli ha insegnato a sedimentare e a tradurre nei diritti e doveri posti a fondamento delle carte costituzionali.

        La dottrina sociale della Chiesa (=DSC), sintetizzata nel Compendio, con riferimento al nostro tema, può offrire una criteriologia basica per trovare la strada da percorrere con la riflessione, in modo da affrontare adeguatamente i problemi della democrazia contemporanea e avviarli a soluzione, specie per ciò che concerne la sua anima etica.

E’ noto che la DSC nei confronti della democrazia, intesa come forma di governo, ha mostrato inizialmente una posizione di indifferenza o, meglio, di cripto indifferenza. Successivamente, con Pio XII, l’ha ridotta, sino a giungere, con Giovanni Paolo II, ad un’accettazione aperta e convinta. «La Chiesa – si legge nella Centesimus annus (=CA) e nel Compendio – apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (CA 46; Compendio 405).

Queste affermazioni, che in parte echeggiano le espressioni di Hans Kelsen e di Karl Popper, fautori di una democrazia intesa prevalentemente come metodo o insieme di regole, vanno integrate con quelle successive.

Infatti, poco dopo, prendendo le distanze da concezioni meramente proceduraliste della democrazia, si aggiunge: «Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. […] Oggi si tende ad affermare che l’agnosticismo e il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti sono convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» (Compendio 406).

In definitiva, la democrazia che la DSC apprezza è più vasta e complessa della democrazia considerata nel suo aspetto procedurale, pur imprescindibile, ma privo per sé di contenuti etici. Essa la pone in riferimento alle persone, alla loro capacità nativa di conoscere la verità, il bene e Dio, considerandola espressione, ontologica ed etica, giuridica e storica di soggetti che ne sono fondamento, soggetto e fine.

Detto altrimenti, la democrazia appare agli occhi dei pontefici come esistenza unitaria di più elementi costitutivi. Trascende la sua dimensione istituzionale o “corporea”. Gli elementi costitutivi sono entrambi indispensabili ed inscindibili. Si tratta di elementi strutturali, metodologici (costituzionalità, rappresentatività, divisione dei poteri; il metodo dell’alternanza, il principio o criterio della maggioranza) e di elementi sostanziali. Quest’ultimi, che rappresentano in certo modo l’anima della democrazia, sono i diritti e i doveri dei cittadini, traduzione giuridica moderna della tensione morale di ogni persona e di ogni popolo.

La democrazia, dunque, è intimamente connessa con l’essere antropologico ed etico dei popoli. Essa è, inevitabilmente, percorsa ed abitata da un dinamismo interiore e spirituale, non astratto, che emerge storicamente nello spazio e nel tempo mediante la coscienza sociale dei cittadini, mostrando avanzamenti ma anche, purtroppo, regressi. Sono la vita morale dei popoli, la loro percezione dei valori, nonché le pratiche e gli stili di vita che costituiscono l’elemento propulsivo ed orientatore delle democrazie. Essendo di persone libere e responsabili, intrinsecamente sociali e relazionali, aperte alla Trascendenza, costituiscono, rispetto all’elemento strutturale della democrazia, ciò che dà forma e sollecita a configurazioni sempre più umanistiche.

 

A mo’ di conclusione

 

Dopo la promulgazione inizia la fase della sperimentazione. Occorre far rinascere il Compendio nei vari luoghi del discernimento, sia interni alla comunità ecclesiale sia misti, ossia comprensivi di credenti e non credenti.

Sollecitate i vostri parroci  - solitamente oberati da superlavoro – a trovare le modalità più opportune per presentare alla comunità, alle famiglie, alle associazioni, alle istituzioni civili, il Compendio.

Se siete appartenenti a qualche associazione o a qualche movimento, alla scuola, ad un “laboratorio” o a un ambito di educazione della/alla fede, alla pastorale del lavoro, alla pastorale sociale, stimolate i vostri responsabili a preparare itinerari formati sulla base delle tematiche del Compendio. In tal modo, la formazione, l’evangelizzazione, la catechesi, la pastorale sociali potranno riqualificarsi e trovare un nuovo slancio.

A. Sen, in uno dei suoi ultimi volumi, Globalizzazione e libertà, sostiene che per vincere la povertà, le ineguaglianze ingiuste, la fame, con le istituzioni del libero mercato occorre globalizzare anche le istituzioni no-market, no-profit, come i valori, i diritti, la democrazia sostanziale.

Orbene, se si è unanimi sul fatto che la globalizzazione, come insieme di interconnessioni e di comunicazioni, dev’essere umanizzata, universalizzando le regole etiche e i diritti umani, è chiaro che dev’essere globalizzato anche Gesù Cristo – in realtà, grazie alla creazione e alla incarnazione, lo è già – nonché il patrimonio sapienziale delle DS. Ma vi sono precondizioni indispensabili, come ho accennato prima: l’amore a Gesù Cristo, principio e fine della storia; la conversione permanente a Lui. I naviganti salpano se nel loro cuore alberga la nostalgia del mare aperto. Analogamente, le imbarcazioni (comunità ecclesiali, organizzazioni, associazioni, movimenti, istituzioni, attività catechetica e pastorale) si inoltrano nel vasto oceano dell’evangelizzazione se tengono lo sguardo fisso su Gesù Cristo. L’equipaggio – nocchieri e marinai – porteranno con sé il patrimonio di conoscenze e di esperienza relativo al sociale e rappresentato dalla DSC quanto più contempleranno il loro Signore, che è venuto a propiziare cieli e terra nuovi.

Concludo, allora, così. Siamo innamorati di Gesù! Viviamo il suo Vangelo! Accanto alla Bibbia, a casa nostra, ci sia anche il Compendio, il nostro manifesto dell’amore a Dio e all’uomo!



[1] Cf almeno Z. BAUMAN, Dentro la globalizzazione: le conseguenze sulle persone, Laterza, Bari 2000; ID., La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000; ID., La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, Il Mulino, Bologna 2002; ID., La libertà, Città Aperta, Troina (En) 2002.

[2] Per queste ultime riflessioni mi sono ispirato a NICORA A., Dottrina sociale della Chiesa e causa cattolica. Un commento alla Lettera a Tito, in «La Società» 6 (2002) 769-784.

[3] Cf R. Nozick, Anarchy, State and Utopia, Basic Books, New York 19874, tr. it.: Anarchia, Stato e utopia. I fondamenti filosofici del­lo «Stato minimo», Le Monnier, Firenze 1981, p. XIII.

[4] Cf su questi aspetti Appendice 3.

[5] Cf PT 2-3.

[6] Qui, a nostro avviso, sta la differenza tra le teorie meramente dialogiche o contrattualiste e la DSC. La comunità politica non esiste solo perché gli uomini dialogano ed argomentano, ma perché la loro discussione o il loro contratto avvengono entro l’alveo di una comune ricerca del vero e del bene, la quale dipende – non in maniera deterministica o meccanicistica – dalla natura umana creata e redenta, che si attua in termini di libertà e responsabilità. Nel dialogo e nel contratto non dev’essere assente la propria realtà, la propria natura umana. Il dialogo pubblico e il consenso possono essere segnali della verità ma non possono esserne in alcun modo causa e fondamento.

[7] Cf R. Dahrendorf, Dopo la democrazia. Intervista a cura di Antonio Polito, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 4 e p. 71.

[8] Tra le molte pubblicazioni sulla globalizzazione si segnalano: A. de Salins-F. Villeroy de Galhau, Le dévelop­pement moderne des activités financières au regard des exigences éthiques du christianisme, a cura del Conseil Pontifical «Justice et paix», Libreria Editrice Vaticana, Cité du Vatican 1994; G. Lafay, Comprendre la Mondialisation. Economica, Paris 1996, tr. it.: Capire la globalizzazione, Il Mulino, Bologna 1996; P. Nguyen Thai Hop, Prospettive e rischi della globalizzazione in «La Società», 1 (1998) 53-68; S. Mosso, Globalizzazione, una sfida per la pace: solidarietà o esclusione? in «La Civiltà Cattolica», I (1999) 558-570; UNDP, Rapporto 1999 sullo sviluppo umano, n. 10/La globalizzazione, Rosenberg & Sellier, Torino 1999, pp. 24-25; R. Petrella, Il bene comune. Elogio della solidarietà, Diabasis, Reggio Emilia 1997; E. Fiorani, La comunicazione a rete globale. Per capire e vivere la mutazione di epoca, Lupetti-Edi"

 

 
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