PRESCRIZIONE, NO GRAZIE
La dea bendata della giustizia ha proprio una brutta cera. Non mi sembra che le aspirine legislative (leggi riforme) abbiano dato i risultati sperati. Su questo, stranamente, sono d'accordo tutti gli operatori di giustizia sia pure per motivi (partigiani) diversi. Parliamo, quindi, del tema spinoso della prescrizione dei reati. Noi del C.I.S.S. - Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo, siamo contrari ad allungare tali termini con la giustificazione di non lasciarne impuniti gli autori dei reati.
Con ironia, mi viene da osservare come questa volta non si usi il solito motto TECNOCRATICO "ce lo chiede l'Europa". Potrei rispondere con un tweet "Europa chi?", ma sembrerebbe polemico e superficiale per un problema serio. Tutti sappiamo che costituzionalmente nessuno è colpevole fino a condanna definitiva; ma un cittadino, sottoposto a indagini e poi a processo penale, non può SENTIRSI in fatto un presunto colpevole in attesa di giudizio per sempre. Ciò, soprattutto, per tutti gli aspetti giuridici, reputazionali, commerciali e relazionali che subiscono immediato danno diretto dall'esistenza del procedimento penale.
Inoltre, sembra che la dea bendata abbia dimenticato la presenza della persona offesa. È evidente come bloccare o ritardare l'estinzione del reato per prescrizione, avrà come effetto l'ulteriore rallentamento del processo per elevazione potenziale dello schermo difensivo, anche a mezzo di legittimi cavilli giuridici. Così, la sventurata persona offesa, quanto l'imputato, che si ritiene ingiustamente perseguito, dovranno attendere. E i loro affari economici saranno rovinati. E il famigerato mercato? E la perniciosa legge sul conflitto d'interessi nel campo della cosa pubblica? Come corvi sulle spalle dei cittadini saranno lì a gracchiare melodie stonate. A nostro avviso, giocare burocraticamente sui termini di prescrizione equivale a scappare dal problema. I processi si devono fare e subito!
Alcune ipotesi per accelerare i tempi: l'informatizzazione dell'intero processo e la trasmissione on line al difensore degli avvisi e dei provvedimenti come unica forma di notifica obbligatoria per legge; individuazione di un solo pubblico ministero responsabile per tutta la fase del processo e dell'appello; creazione di Tribunali Distrettuali per talune categorie di delitti con competenza funzionale specializzata (i delitti di cui all'articolo 51 comma 3 bis del cpp, tra cui quelli di mafia), così per quelli dei pubblici ufficiali ai danni della Pubblica Amministrazione (con conseguente creazione della Procura distrettuale anticorruzione), nonché separazione del giudice delle indagini preliminari da quello dell'udienza preliminare. Inoltre, assunzione di personale e spesa pubblica per la formazione costante dello stesso e incentivazione meritevole con premi stipendiali per quello in servizio. Infine, a mio avviso, occorre ridurre l'utenza dei fruitori abituali del processo, o meglio i recidivi. Cioè proprio coloro che pur avendo decine di pagine di condanne definitive, sono ancora in giro a fare guai, grazie al perdonismo di Stato. È necessario limitare per i recidivi l'applicazione della comparazione con le circostanze attenuanti, gli effetti dell'istituto della continuazione, anche nel cumulo giuridico delle pene; degli sconti di pena in fase di esecuzione e delle finte malattie, che consentono di ridurre al minimo la pena da scontare e di tornare nuovamente a delinquere. L'inattuato principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, per queste persone, resta nelle speranze dei corpi sociali intermedi di sostegno, mentre il reinserimento sociale suona come beffa per il condannato. Senza speranza sociale e senza lavoro, il condannato non potrà che delinquere per vivere, ma sempre ai danni dei cittadini. Costoro, oltre che il danno diretto da delitto subito, ne pagheranno quello indiretto, a mezzo di tasse, del costo del procedimento penale, dell'esecuzione della pena, spesso del gratuito patrocinio del difensore e, in caso di lungaggine del processo, anche quelli della condanna dello Stato per ingiusta durata. Fare i processi è un atto di giustizia e di civiltà, oltre che un dovere costituzionale. Per fare i processi ci vogliono soldi reali da investire, nonché una coscienza istituzionale per il bene comune, di cui anche la giustizia è parte.









