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Sturzo in America parte 2

Postato in Conversazioni Popolari

Gli anni americani, idee in movimento e nuovi progetti

Sturzo è in Florida. Dalla stanza dell’ospedale St. Vincent’s di Jacksonville, dove è stato confinato, il prete calatino avvia un’importante attività di scrittura. I suoi articoli saranno pubblicati su prestigiose riviste americane

Carlo Sforza, liberale, anch'egli per alcuni anni rifugiato negli Stati Uniti, scrisse che solitamente durante l'esperienza dell'esilio un individuo o diviene “purificato”, vale a dire “fiorisce”, oppure la sua mediocrità viene ulteriormente accentuata. Cosa è stato per lei l’esilio?

Un tempo di sfide. La stanza dell'ospedale St. Vincent's di Jacksonville in Florida, si trasformò ben presto in una sorta di laboratorio-ufficio stampa dalla quale sono riuscito ad attivare una rete di contatti con vari mondi: quello culturale e accademico statunitense, quello diplomatico, quello del cattolicesimo americano e quello degli esuli italiani ed europei. Provai in sostanza a trasformare la mia condizione di esiliato in un'opportunità, in un'occasione per impegnarmi in nuove sfide e avviare nuovi progetti.

Su che cosa si era concentrato in particolare?

Sostanzialmente ho avviato dei nuovi contatti e in alcuni casi ho ripreso alcuni di quelli con cui mi ero confrontato a Londra. Scrivevo molto per diverse realtà editoriali come la “The Review of Politics” della Notre Dame University, oppure la rivista “Thought”, pubblicata dalla Fordham University di New York o per la “The Commonweal”, la rivista diretta da Michael Williams, tra i più influenti esponenti del cattolicesimo liberal americano.

Potremmo dire che è stato un periodo di idee in movimento. Soprattutto di attivismo, visto che maturava l’intenzione di fondare un gruppo politico “democratico cristiano”, sulla falsariga del People and Freedom, sorto a Londra.

Diciamo che si può parlare di una lunga serie di pubblicazioni in corso o in attesa di essere destinate a riviste ed editori, e di alcuni contatti con delle fondazioni americane al fine di ottenere finanziamenti per il sostegno di studi e ricerche. Certo, lei fa riferimento al movimento politico. Come ho avuto modo di affermare altrove si trattava di un tentativo per indurre i cattolici democratici americani a mettersi sul terreno politico e pensare politicamente, al di fuori dell'Azione Cattolica o dell'attività politica della Gerarchia, come cittadini liberi che vogliano formarsi tali e influire come tali con un proprio programma.   

Le sue parole sembrano far trasparire una chiara comprensione della situazione interna ai cattolici americani. Una realtà fatta di tensioni. Qual era dunque il panorama del mondo cattolico negli Stati Uniti nel periodo di cui stiamo parlando?

L'atteggiamento prevalente che caratterizzò il cattolicesimo americano tra le due guerre fu un diffuso filo-fascismo: a difesa del regime mussoliniano vennero fuori figure come quella di padre Charles E. Coughlin di Detroit, animatore di un programma radio di grande seguito, ispiratore di gruppi anti-semiti, estimatore di Mussolini, al quale nel settembre del 1938 chiese con una lettera di scrivere un articolo per “Social Justice”, la rivista da lui diretta. Accanto a lui spiccava una serie di scrittori cattolici come James J. Walsh e John Gibons, che dedicarono le loro opere degli anni ‘30 al duce.  Non solo ma anche negli ambienti accademici c’erano personalità che simpatizzavano per il duce, come lo storico, docente alla Columbia University, Carlton J.H. Hayes che nel 1929 scrisse sulla rivista “Commonweal” un articolo in cui enfatizzava la portata storica dell'accordo siglato in quell'anno tra il regime fascista e la Chiesa.        

Ma nel frattempo lei non smetteva di condurre la sua battaglia contro il regime.

Ero molto preoccupato dalla posizione troppo remissiva dei cattolici nei confronti del regime fascista e nazista. Tra l’altro ero contrario ad un intervento degli Stati Uniti al conflitto mondiale. Volevo persuadere l’opinione pubblica di tutto ciò e così scrissi una serie di articoli che poi furono pubblicati prevalentemente sulla rivista “Commonweal” per denunciare la concezione pagana di vita sociale e politica del regime, ricordando le battaglie antifasciste del partito popolare, le figure di  don Minzoni e di Francesco Luigi Ferrari. Scrissi anche contro quei cattolici che erano pronti a chiudere un occhio sui peccati del quinto comandamento in nome degli accordi sottoscritti da Mussolini e Hitler con il Vaticano.   

 

di Nicolò Maria Iannello su testo storico di Renato Camurri
Fine seconda puntata

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